Monsters & Co.

monsterRegia: Pete Docter
Anno: 2001

Per le bizzarre creature di Mostropoli, l’energia viene estratta dalle urla di bambini umani trasformate in combustibile. Alla Monsters Inc., spaventatori professionisti varcano ogni giorno migliaia di portali, sbucando nelle camerette dei fanciulli terrorizzati per fare il pieno di strilli. Il peloso colosso Sulley e il fido assistente Mike, verdastro pallone monocolare, sono la coppia più efficiente. Ma il caos è in agguato: una bimba sfugge al controllo e penetra nel mondo dei mostri seminando il panico…

In attesa del prequel Monsters University, riscoprire Monsters & Co. (“Monsters, Inc.”, 2001) a più di dieci anni di distanza dall’uscita in sala (recentemente riproposto in 3D come supporto al marketing per il lancio del nuovo film) costituisce un’esperienza ancora impagabile. L’animazione computerizzata di casa Pixar, dal capostipite Toy Story (John Lasseter, 1995) fino all’ultimo Ribelle – The Brave (Mark Andrews, 2012), ha compiuto passi da gigante, sulla scia di successi clamorosi ormai fissati nell’immaginario collettivo di grandi e piccoli (Alla ricerca di Nemo, “Finding Nemo“, Andrew Stanton, 2003, Gli Incredibili, “The Incredibles” 2004, e Ratatouille, 2007, di Brad Bird, Wall-E, Andrew Stanton, 2008, Up, Pete Docter, Bob Peterson, 2009).

Gettando quindi uno sguardo retrospettivo su quel piccolo gioiello che fu Monsters & Co., il film ci appare, oggi più che mai, come la casa-base, il modello produttivo di riferimento per il lungometraggio Pixar tout court. O meglio, il prototipo del processo creativo alle origini dell’intero universo (parallelo) Pixar.

In cui confluisce un apparato di figure, stilemi, personaggi, inside jokes e citazioni che gettano un ponte, aprono una porta (come gli spaventatori della Monsters, Inc.) verso gli altri film/universi della galassia Pixar, secondo una continuità interna perfettamente coerente.

Con frammenti di opere Pixar precedenti e successive che entrano ed escono dal portale/film, rincorrendosi continuamente, proprio come i protagonisti nella sequenza ambientata nel magazzino di porte a scorrimento. Così, Sulley, Mike e il perfido Randall, nei loro inseguimenti, attraversano un appartamento parigino affacciato sulla Tour Eiffel che sembra provenire direttamente da Ratatouille.

Non a caso, è tratteggiato in stile acquerello, quasi un disegno di scena preparatorio che ancora non contiene la visualizzazione finale. Ratatouille, in quel momento, è solo un abbozzo, un work in progress, come testimonia anche la costruzione in ferro appoggiata al soffitto della casa di Sulley, curiosamente simile alla base di una Tour Eiffel dimezzata, in costruzione.

In più, a prefigurare i futuri “assemblaggi” di storie e personaggi Pixar, ci sono anche i rifiuti dell’azienda triturati e impacchettati in piccoli cubetti (la scena in cui Sulley cerca affannosamente la bambina finita nel condotto della spazzatura). Uguali a quelli che qualche anno più tardi raccoglierà il robottino Wall-E. Non sono certo indizi minori, visto come i due film tematizzano un problema ecologista molto attuale, quello del prosciugamento delle risorse di energia e della ricerca di nuove fonti di sopravvivenza.

Poi c’è la macchina rosso fiammante di Mike, per ora parcheggiata a bordo strada ma che presto scenderà in pista, modificata, trasformandosi nel Saetta McQueen protagonista di Cars – Motori Ruggenti (John Lasseter, 2006). Nel finale, si vedono anche i coloratissimi palloncini che torneranno in Up e il nuovo motto (“Think funny”) della Monster’s Inc. (riciclatasi in estrattrice di risate) che riflette in pieno lo stile della factory Pixar e la filosofia della sua vecchia spiritual guidance, Steve Jobs.

Se qualche strizzatina d’occhio alla produzione Pixar è un semplice gioco con lo spettatore (occhi, naso e baffi del Mr. Potato di Toy Story indossati da un impiegato dell’azienda, il pesciolino Nemo e la cowgirl Jessie di Toy Story 2, 1999, presenti nella stanza della bambina), il citazionismo degli autori quasi mai risulta fine a se stesso. Come visto, diventa invece traccia-simbolo di un processo di ideazione e sviluppo creativo, di un modo di procedere.

Emblematico il riferimento al pioniere dell’animazione a passo uno Ray Harryhausen, che nel film diventa il nome del rinomato ristorante in cui Mike porta a cena la fidanzata Celia (una Medusa greca con capelli di serpente, come quella che proprio Harryhausen realizzò per il film Scontro di titani, “Clash of the Titans”, Desmond Davis, 1981).

Non un banale omaggio, ma la precisa volontà di esplicitare come anche l’animazione digitale più evoluta continui, metaforicamente, a “cibarsi” delle gustose prelibatezze offerte dalle intuizioni, rudimentali, improvvisate ma indubbiamente geniali, dei pionieri dell’animazione artigianale come Harryhausen. Per offrire al pubblico prodotti che abbiano un cuore e un’anima, oltre al più alto livello tecnologico in circolazione.

In questo Monsters & Co. eccelle, continuando a rappresentare una delle vette più alte della poesia e dei sentimenti che “animano” l’universo Pixar. Una porta aperta verso l’amicizia e l’amore del diverso, quando questo può aprirci agli altri e alla vita.

Un piccolo grande capolavoro del cinema. Da recuperare, in attesa di un nuovo tuffo nel passato, all’Università dei mostri.

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