Paradise: Love

Regia: Ulrich Seidl
Anno: 2012

Teresa (Margarethe Tiesel) è una donna divorziata e sovrappeso con figlia obesa e sfaticata al seguito. Dopo 50 anni di vita relegati in un’esistenza opprimente, la donna approfitta della partenza della figlia verso una colonia di giovani sovrappeso per concedersi un viaggio verso il Kenya.
Giunta a destinazione Teresa rimane affascinata dal turismo sessuale, incontri erotici a pagamento tra sugar mamas (turiste caucasiche di mezz’età) e beach boys (veri e propri gigolò africani), ma ben presto si renderà conto di quanto lontano è il Paradiso a cui lei tenta di avvicinarsi da tanto.

Primo capitolo di una trilogia inizialmente ideata come unico film da 6 ore, Paradise: Love è il tanto atteso rinnovamento dell’occhio di Ulrich Seidl (Models, 1991; Dog Days, 2001; Import/Export, 2007) regista austriaco dai rimescoli, seppur potenti, dei precedenti film.
Un film controverso, forse nemmeno capace di aprirsi o lasciarsi aprire dallo spettatore amante di un cinema aguzzino e grottesco, che indaga oggettivamente le conseguenze dell’amore artifizio e macinatore di ingranaggi coscienti o disillusi.

La non-trama è esattamente così: schietta, semplice, senza tanti fronzoli, anti-spoiler, non sarà di certo la conoscenza del finale prima del suo arrivo a rovinarvi la visione.

Siedl imposta la telecamera fissa ad oltranza, sempre alla ricerca di paralleli, simmetrie e forme geometriche armoniose, concedendosi una macchina da presa a mano in scene dove la staticità non offrirebbe quella ricompensa energica, che i suoi quadri in movimento riescono così facilmente a secernere sulla platea.
Le larghe spiagge africane (fotografate dall’eccellente occhio di Ed Lachman) risplendono di una sincera naturalezza, di antiche culture incrostate e gettate al vento dallo sciacallaggio compulsivo delle balene caucasiche.
Balene come termine forse offensivo, ma senza crudeltà, a differenza di Siedl, che prima stabilisce le regole di un politically correct contro cui ribellarsi e poi, rispedisce tutto al mittente con una generosa dose di incorrect.
Le sue sugar mamas sono al limite della famosa crisi di nervi, stabilizzate in esistenze piallate o troppo sfrenate, gonfie di adipe, soldi e chincaglieria, sicure dell’arrivo di un qualche straniero misterioso che un giorno, sotto lauto compenso, le trascinerà lontane dalle vite sconosciute e mai realmente esistite su terra ferma.

Theresa, comincia con piccoli, incerti passi. Prima dell’Africa esiste il mondo del Sex Tourism, altrettanto affascinante e spaventoso.
Con una mole di amicizie al limite del grottesco, sempre sull’orlo di cordoni militarizzati per tenere lontani i predatori del sesso (si parla delle mamas o dei boys?), il personaggio della Tiesel comincia a sghignazzare, ad aprirsi, a parlare dei suoi falliti passati amorosi, lasciando la sua suddetta maturità a telefonate senza risposta verso la figlia (sub-plot espanso poi nel terzo film, Paradise: Hope) decidendo di tentare la sua (prima) sorte con un ragazzotto invadente e ammaliatore.
Il sesso appare come l’unica attività ricreativa, l’unico risultato dell’incontro e la paura invade la donna. Non è ciò che vuole.
Ritornata alle sue amiche bonarie (una delle quali si considera già vecchia nonostante un fisico invidiabile per la sua età) Theresa considera la sconfitta, mentre cerca di convincersi che anche una semplice ballata solitaria le basti per vivere  the African Way.
Ritenterà poi la fortuna durante una passeggiata solitaria, tra le acque salmastre di un’orrida spiaggia sperduta, con un nuovo beach boy che la salva dall’odiosa massa di venditori della giornata.

Il secondo boy risulta la chiave di lettura con cui sbloccare al meglio Siedl e il suo titolo.
Non si parla di Paradise: Sex, ma di ben altro, nonostante le scene di nudo integrale e la ormai famosa filmografia art-porn del regista.
La Tiesel, al suo primo ruolo cinematografico, si rivela come un’attrice dall’autentico fervore. Innamorata, furiosa, sempre lasciata a se stessa, a collaudare il proprio personaggio sotto l’occhio della telecamera come uno di quei motorini sgangherati che trasportano la merce caucasica per tutto il villaggio, un test che rivela la seconda carta vincente di quello che poi, si rivelerà, essere il primo e il migliore episodio dei tre film.

L’orgoglio del grottesco di Siedl, simile a quello di un John Waters o un Harmony Korine europei, trasuda sudore e irrompe nella realtà dalla finzione. Quanto finti possono mai essere quei corpi strusciati e quei peni orrendamente eretti per giochi da mezz’età?
Il Paradise del titolo, inesistente quanto la sindrome omonima, è forse inesistente per Teresa, ma Siedl non solo l’ha trovato, ma ne ha anche fatto un posto a sua misura.

Add Comment