Monsters University

monsters-universityRegia: Dan Scanlon
Anno: 2013

Alla prestigiosa Monsters University, giunge la matricola Mike Wazowski a inseguire il sogno di una vita: diventare uno spaventatore per lavorare alla Monsters, Inc., l’industria del terrore. Ma la strada verso la gloria è piena di ostacoli. Tra gruppetti di bulli, infidi compagni di stanza e la severissima rettrice, Mike dovrà dimostrare a tutti di avere la stoffa per arrivare in fondo.

Anche alla Monsters University sta per iniziare un nuovo anno scolastico, e non sarà affatto facile ottenere il diploma. Insieme al novellino Mike, varchiamo il cancello principale attraversando stupefatti un campus affollato di creature strampalate. Dentro biblioteche e saloni austeri, fra corsi e professori bizzarri, sembra quasi di essere incappati tra i corridoi di una specie di Hogwarts per apprendisti mostri.

Tra striscioni e gagliardetti, partite di football e scatenate feste nei dormitori, abbondano le prodezze goliardiche da college movie americano (il furto dell’animaletto-mascotte dei rivali, la pubblica umiliazione dei perdenti). Con scontri e colpi bassi tra confraternite nemiche che fanno il verso a quelli del cult studentesco Animal House (“National Lampoon’s Animal House”, 1978) di John Landis. In sottofondo, le musiche di Randy Newman, perfetta orchestrazione di inflessioni nostalgiche e allegre marcette tambureggianti stile parata studentesca.

Per il prequel di Monsters & Co (“Monsters, Inc.”, 2001), la Pixar allestisce ancora una volta un microcosmo sociale alternativo che, infarcito di analogie, ribaltamenti e un sense of humour adulto sempre accattivante, diventa il perfetto corrispettivo di quello reale. Così il campus è teatro dell’eterna lotta tra i duri, i vincenti e gli sfigati in cerca di riscatto. Tra la gente “giusta” e chi è invece sempre fuori posto.

Rispetto al film originale, parabola sulla necessità del contatto con il diverso, Monsters University è incentrato sul percorso di formazione del singolo (Mike) in un sistema ostile, in cui dimostrare le proprie capacità, l’essere in qualche modo speciale.

Là c’era una porta attraversata per superare paure, ottusità e pregiudizi. Qui la porta (la madre di tutte le porte, quella del laboratorio scolastico) si varca per oltrepassare se stessi e i propri limiti.

Resta comunque l’importanza della cooperazione, del fare squadra sfruttando le abilità di ognuno per raggiungere l’obiettivo comune. Filosofia pixariana orgogliosamente ribadita nella sequenza in cui Mike penetra di straforo nella fabbrica per mostrare ai compagni l’attività degli spaventatori, ognuno all’opera con una tecnica diversa. Fuor di metafora, quasi una visita guidata alla factory Pixar e ai suoi metodi di lavoro.

Ciò che però manca è quel colpo d’ala che scuota l’anima dello spettatore, a cui la Pixar ci aveva abituati. Si tratta certo di un ottimo film, ricco di trovate spassose. Ma sembra spesso che la storia fatichi a reggere il peso di un intero lungometraggio (nei corti la Pixar continua ad eccellere, come dimostra la clip introduttiva, L’ombrello blu, interamente senza dialoghi come la prima mezz’ora di Wall-E, 2008, con suoni e rumori di una strada battuta dalla pioggia a condurre la narrazione). E che le varie gare delle Spaventiadi, seppur coinvolgenti, vengano semplicemente assommate in attesa del climax finale.

Più interessante è notare come venga ribaltato di senso un elemento cardine di molte opere Pixar: lo svelamento della verità, il raggiungimento della conoscenza, la presa di coscienza attraverso il mezzo audiovisivo (procedimento individuato dal critico Gabriele Niola). Come non ricordare Buzz Lightyear scopertosi giocattolo dopo la visione di uno spot in Tv (Toy Story, 1995). O il cowboy Woody che scova le sue origini in una serie animata (Toy Story 2, 1999).

Il topo Remy (Ratatouille, 2007) che rafforza l’ambizione culinaria seguendo un programma Tv. Il tenero Wall-E che scopre l’affetto umano in un vecchio musical. L’auto da corsa di Cars (2006) che per la prima volta aiuta il prossimo scorgendo su un maxi- schermo il collega fermo a bordo pista.

O ancora lo stesso Sulley in Monsters & Co., quando scopre la sua natura bestiale riguardando il suo poderoso ruggito. In Monsters University invece, l’immagine audiovisiva non mostra la verità, ma visualizza un inganno, maschera un falso.

Quando Mike entra nella cabina-simulatore per la gara di spavento, il pubblico osserva sui megaschermi ciò che accade all’interno, assistendo in diretta ad una superba performance del mostro. Ma si scoprirà che sotto c’è  il trucco, qualcuno ha manomesso il bimbo-fantoccio affinché reagisca con un urlaccio al minimo rumore.

Sensibilità manipolata. Stessa reazione (leggi: ricettività) a qualsiasi spavento (leggi: prodotto audiovisivo). È la rappresentazione di un rischio che la Pixar vuole evitare ad ogni costo: quello di uno spettatore ottuso, passivo, che reagisca meccanicamente e indifferentemente (come il pupazzo-simulatore) ai vari stimoli offerti dalle sue creazioni animate.

Proprio come Mike Wazowski, la Pixar non vuole barare, cercando sempre una prestazione autentica, personale, in grado di (s)muovere il cuore del pubblico.

Con Monsters University non sempre ci riesce, ma il film resta comunque estremamente godibile.

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