Iron Man 3

Regia: Shane Black
Anno: 2013

Dopo la strenua battaglia a fianco degli Avengers, Tony Stark/Iron Man è per la prima volta un uomo tormentato, invece del solito, impertinente egocentrico. Accantonata l’armatura, passa le notti insonni ad armeggiare in laboratorio. Soffre di violenti attacchi di panico, la relazione con Pepper vacilla. Non bastasse, dal suo passato riemerge Killian, enigmatico scienziato che sembra poter riscrivere il Dna umano. Mentre un fanatico terrorista chiamato il Mandarino dilania l’America con attacchi dinamitardi. Solo Iron Man, ritrovate le forze, potrà sventare la minaccia.

Giunto alla sua terza incarnazione cinematografica, il personaggio creato da Stan Lee per la Marvel nel 1963 (dunque al traguardo dei primi cinquant’anni di vita) cambia pelle, non solo corazze di ferro. L’impianto pirotecnico-spettacolare, pur presente, viene parzialmente dosato.

Afferrato il timone della serie da Jon Favreau, Shane Black (che già aveva diretto Robert Downey Jr. in Kiss Kiss Bang Bang, 2005), in parte tralascia la chiassosa esibizione fieristica dell’arsenale di effetti speciali e spacconate da mega-blockbuster d’azione, che infarcivano abbondantemente Iron Man 2, 2010 (dove Tony faceva un trionfale ingresso da rockstar proprio alla Stark Expo).

Il regista (anche co-autore della sceneggiatura) sceglie una piega più introspettiva, affondando nella psicologia problematica e angosciosa di un Tony Stark insolitamente arrugginito. Non a caso è la voice over del protagonista ad aprire e chiudere il racconto (completamente assente nei primi due capitoli).

Mai come ora la storia di un doloroso vissuto da esorcizzare per Tony Stark, addirittura sdraiato sul lettino dello psicanalista (non anticipiamo di chi si tratta) nella gustosa bonus scene che segue i titoli di coda. Una lotta dentro se stessi, prima che contro il nemico (“Ognuno crea da sé i propri demoni”).

La vera armatura di cui Stark deve liberarsi, sopportandone il peso, non è la rilucente corazza in titanio. Ma la scorza spessa e opprimente delle sue paure. Rotta per “uscire dal bozzolo” e mostrarsi alla fedele Pepper come l’autentico, umanissimo, solo un po’ eccentrico Tony.

Il registro adottato è serio ma non ricercato. Più profondo nello scavo interiore del personaggio Iron Man, ma non certo più noioso.

Senza dimenticare i consueti siparietti scherzosi, le battute fulminanti, gli inside jokes sull’universo Marvel e quell’(auto)ironia che ha fatto la fortuna delle pellicole precedenti (anche se qua e là comincia a risultare un po’ stantia).

Naturalmente, poi, non c’è supereroe che si rispetti senza il supervillain di turno. Ecco allora il temibile Mandarino, un Ben Kingsley cattivissimo e sornione al tempo stesso (capirete l’ambiguità vedendo il film). Decisamente il personaggio più interessante. Perno per una riflessione (non si sa quanto consapevole) sulla “manipolazione dell’iconografia occidentale”, per usare le stesse parole del criminale.

Sul potere mistificatorio insito nel trattamento delle immagini del terrorismo globale (i video con le violenze e la propaganda anti-americana del Mandarino).

Spettro rivelatore degli Stati Uniti sempre affannati nella ricerca di un’icona negativa che incarni il male assoluto. O meglio di un idolo. Un corpo-simulacro da “catturare” morbosamente in immagine (si pensi alle fotografie del cadavere di Bin Laden, o alle riprese amatoriali dell’impiccagione di Saddam Hussein, figure direttamente citate nel film). Ogni volta dato in pasto al circuito mediatico-sociale.

Un obiettivo numero uno da puntare e agganciare. Per scoprire che dietro la sua maschera non c’è nessuno. Soltanto qualcuno pilotato, telecomandato a distanza, così come le armature-clone di Iron Man.

Ciò che appare come la realtà in presa diretta, si rivela così una performance attoriale a tutti gli effetti. Un’ombra fantasmatica mandata in onda con la regia occulta di uno scienziato pazzo tutto americano.

Non siamo più nel deserto afghano del primo Iron Man (2008). O negli scuri vicoli della Russia post-sovietica da cui risaliva il villain Vanko nel secondo episodio.

Ma nei luoghi cool e glamour del patinato immaginario americano (la principesca villa del Mandarino a Miami Beach). Teatro della messa in scena in cui si produce, e allo stesso tempo si nasconde, la finzione.

Dove la minaccia di un’invasione dall’esterno cela in realtà il fantasma riemergente del rimosso collettivo di un’intero Paese. Quella volontà di potenza (Killian), quella sopraffazione originaria (le immagini del genoicidio indiano commentate dal Mandarino) interna alla storia USA.

Un inganno che la Tv non può svelare, ma anzi moltiplica a reti unificate. Non a caso Stark lo scopre alterandone le frequenze dal retro del furgoncino di un operatore.
Discorsi non da poco per un prodotto dichiaratamente mainstream, che nella seconda parte non lesina certo su combattimenti, esplosioni ed effetti speciali. Ma l’intrattenimento è di pregevole fattura e non deluderà i fan di Iron Man.

Ah, il film sarebbe in 3D ma ce ne accorgiamo soltanto al momento di consegnare gli occhialini all’uscita della sala. “Tony Stark ritornerà”, dice una voce al termine dei titoli. Non ci  resta che aspettare.

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