Gemini Man, recensione del film

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gemini man

Regia: Ang Lee
Anno: 2019

E’ora disponibile su Netflix questo action movie fantascientifico che lo stesso regista Ang Lee ha definito “Un’esperienza cinematografica rivoluzionaria” e se lo dice uno che ha portato a casa ben 2 premi Oscar alla migliore regia, 1 Oscar per il miglior film straniero, 4 Golden Globe, 2 Leoni d’oro e 2 Orsi d’oro, direi che possiamo fidarci e senza dubbio riguardo questa pellicola ci sono molti aspetti da prendere in considerazione, ma andiamo per gradi.

Iniziamo dalla trama del film

Henry Brogan, interpretato da un Will Smith decisamente più in forma di quello apparso ultimamente sui social affermando “Sarò sincero con voi, sono nella peggiore forma fisica della mia vita”, è un sicario della DEA, il migliore in circolazione, che dopo un’onorata carriera fatta di ben 72 omicidi o “saluti” come li chiamano loro, decide di andare in pensione, poiché il peso di tutte quelle morti inizia a gravare sulla propria coscienza e come lui stesso spiega si sta tramutando in reale difficoltà a guardarsi allo specchio, e poi gli anni ci sono, 51 precisamente, e per lui è giunta l’ora di godersi un po’ di pace.

Dopo la sua ultima missione però Henry viene a conoscenza del fatto che l’Agenzia gli ha mentito sull’identità della vittima falsificandone il dossier, cosa che fa accrescere ancora di più i suoi dubbi su tutto il lavoro svolto fino ad allora, mettendolo nelle condizioni di fare domande scomode.

A questo punto interviene Clay Varris, Clive Owen, capo di una unità operativa segreta denominata GEMINI, che per paura di perdere la segretezza delle sue opere a causa delle indagini di Henry, decide di eliminarlo inviando il suo assassino prediletto.
Fin qui niente di nuovo direte voi, un classico dei film d’azione, se non fosse che l’assassino in questione è un clone dello stesso Henry, con tutte le sue capacità operative ma con ben 30 anni di meno.

Una macchina da guerra perfetta. Sfuggirgli è quasi impossibile e combatterlo con la forza ancora meno, ma il faccia a faccia tra i due rivelerà dei risvolti psicologici e umani interessanti.

Gemini Man faccia a faccia

A proposito di faccia, per portare in scena un Will Smith di 20 anni non è stato usato un semplice programma di ritocco anti-age al computer, bensì ne è stata ricreata la fisionomia prendendo spunto da sue vecchie foto e interpretazioni cinematografiche e riadattandola come una maschera di cera digitale sullo stesso Will o sugli stunt che hanno partecipato al film, rendendola perfettamente credibile.

Lo stesso attore ha recitato in entrambi i ruoli alternando con non poche difficoltà l’interpretazione più matura nel ruolo di Henry, a quella più acerba e inesperta nel ruolo del clone, così come richiesto specificatamente il regista.

Nel cast ci sono anche Mary Elizabeth Winstead nei panni di un’agente della DEA con il compito di sorvegliare Henry che finisce invece per aiutarlo ed affiancarsi a lui nella fuga e Benedict Wong, noto maggiormente per le sue parti in “Doctor Strange” e “Avengers”, che riveste il ruolo di un ex compagno di squadra di Henry e prezioso aiuto come pilota d’aerei, che lo aiuta nascondendolo e scarrozzandolo in giro per il mondo.

Si perché nel film vengono mostrati molti luoghi affascinanti con riprese mozzafiato, partendo dalla stazione di Liège-Guillemins in Belgio, passando a Glennville in Georgia dove inizia la vicenda, a Cartagena in Colombia dove si assiste al primo scontro e inseguimento tra le due versioni di Henry e dove non si può non rimanere colpiti dai colori vivaci dei suoi murales, delle strade e delle caratteristiche auto, fino ad arrivare a Budapest in Ungheria, di cui vengono proposti scorci e vedute panoramiche incantevoli del lungo Danubio, del Palazzo Reale e del forse meno conosciuto Castello di Vajdahunyad, per non parlare delle terme di Széchenyi famose in tutto il mondo.

Infine come non notare il riferimento all’esperimento della pecora Dolly, che in ambito di clonazione è senza dubbio un emblema, ma che nel film viene fatto passare quasi in secondo piano affermando fintamente che già nel 1995, quindi un anno prima che l’equipe scozzese guidata da Ian Wilmut eseguisse con successo il suo esperimento, il famigerato Clay Varris avesse dato vita addirittura al primo clone umano partendo proprio dal DNA di Henry, sostenendo la validità etica della sua azione e della sua volontà di creare un intero esercito di cloni, in grado di affrontare guerre al posto dei soldati che così non avrebbero lasciato mai più famiglie a piangerli una volta caduti. Tutto questo a scapito di esseri viventi creati da zero, soli al mondo certo, ma pienamente in grado di intendere e di provare sentimenti.

E voi cosa ne pensate?