Nina

Nina insieme ad Ettore

Regia: Elisa Fuksas
Anno: 2013

Nina (Diane Fleri), giovane donna con il sogno di trasferirsi in Cina, resta a Roma durante l’estate. Tra lezioni di cinese e animali da accudire, trascorrerà un’estate ricca di incontri profondi.

L’esordio nel lungometraggio di Elisa Fuksas ha avuto un’accoglienza contrastata: Nina ha infatti ricevuto grandi applausi e feroci critiche. Effettivamente questa è un’opera contraddittoria, che accanto ai numerosi pregi presenta anche qualche difetto.

Perfezione formale versus asetticità.

Ciò che principalmente colpisce lo sguardo dello spettatore è l’aspetto visivo del film. Inquadrature formalmente ineccepibili descrivono e inscrivono perfettamente i personaggi all’interno della storia e degli ambienti. Girato in una Roma deserta, assolata, quasi astratta, il film crea una corrispondenza tra gli esterni (le piazze, le scalinate, i palazzi dell’Eur), gli interni (l’appartamento dell’amico di Nina, le scale del condominio, la scuola di musica) e l’interiorità della protagonista proprio attraverso un rigore visivo impressionante. Il personaggio di Nina si staglia spesso su uno sfondo di architettonica perfezione oppure appare riquadrato dalle architetture che attraversa e che si dispongono a cornice intorno a lei. La formazione di architetto della regista emerge con forza nello studio dello spazio e della relazione tra uomo e ambiente, in particolare nelle inquadrature dei palazzi dell’Eur, che portano al culmine quel processo di astrazione delle forme che pervade l’intero film. La ricerca formale della Fuksas la spinge a comporre i quadri sulla base di un’estetica prima ancora che su un significato narrativo o simbolico. Ogni inquadratura è ricercata, studiata e realizzata come un’opera pittorica. Ma – si badi bene – il pregio del film è proprio il processo che porta ognuno di questi quadri ad inserirsi nella vicenda narrata (se di vicenda si può parlare) non come elemento a sé stante ma come parte di un discorso sia narrativo che simbolico. La critica rivolta al film di inseguire una bellezza visiva che resta però inattiva, fredda e non comunicativa risulta quindi erronea in quanto l’ansia, la chiusura e l’angoscia che emergono da una tale perfezione visiva non fanno che echeggiare (e giustificare) l’ansia, la chiusura e l’angoscia di Nina, che si sente intrappolata non soltanto nella città ma in una vita che non le corrisponde.

Ricerca di libertà.

nina 2

A riprova di ciò si legga il film dal punto di vista tematico. La protagonista è una giovane donna, alle soglie dell’età adulta ma forse non abbastanza matura per intraprendere delle scelte che la proiettino in un futuro professionale o sentimentale stabile. Il suo sogno di andare a vivere in Cina (astratta prospettiva a cui lei si prepara concretamente cercando di imparare gli ideogrammi) è tanto un non voler prendere atto della propria condizione di donna insoddisfatta ed insicura quanto la proiezione in un luogo esotico e quasi mistico di un desiderio di fuga dalla situazione presente, dal “qui e ora”. E in questo slancio verso il fuori sta la forza esplosiva del film, che attraverso il personaggio di Nina parla di un’intera categoria di donne, di persone, anzi di un’intera generazione: quella del precariato (lavorativo e affettivo) che resta a casa d’estate perché i soldi per andare in vacanza non li ha, che fatica ad abbandonare i propri sogni e non vuole (o non sa) rispondere alle domande più ovvie (“Ma perché non lo fai per lavoro?” le chiede il bambino Ettore riferendosi al canto). Nina si sente prigioniera delle sue stesse paure e della sua insicurezza: si rende conto di non essere “normale”, come gli altri, e per questo la routine estiva la esaspera a tal punto da farla sognare ad occhi aperti. Le scene in cui indossa il lungo vestito rosso rappresentano la realizzazione onirica delle sue fantasie di liberazione sentimentale, la concretizzazione di fantasie di un’altra vita fuori dagli schemi nei quali è ingabbiata. Non c’è da stupirsi pertanto che lungo tutto il film ricorrano gabbie di varia natura, da quelle architettoniche a quelle del negozio di animali. Verso il finale del film, più simbolico che realistico, si parte proprio da una Nina inquadrata dall’alto e riquadrata dalla struttura in cemento del terrazzo per finire con una liberatoria corsa in motorino.

nina 1Simboli e citazioni.

L’opera della Fuksas è di alto livello intellettuale ed artistico. Lo si vede non soltanto dall’aspetto visivo ma da tutta una serie di simboli, rimandi, echi e citazioni. Un’altra corsa in motorino apre il film su una nota morettiana (Caro diario, 1993), accompagnando Nina – in cui si scorgono echi del Michele Apicella di Bianca (Nanni Moretti, 1984) – nell’esplorazione della Roma deserta. Ma la più corposa riflessione linguistica dell’opera, accanto a quella architettonica, è indubbiamente quella musicale. Le scelte per la colonna sonora sono molto ricercate. Se la musica strumentale (principalmente di J. S. Bach, con un Preludio dal “Clavicembalo ben temperato” e il Preludio della prima Suite per violoncello solo) crea un’atmosfera assai particolare, le composizioni vocali si inseriscono più radicalmente nella trama costruendo realtà parallele: le arie dal Don Giovanni o da Le nozze di Figaro di Mozart vanno a costituire dei veri e propri intermezzi, in cui il testo cantato pare commentare gli accadimenti e dar voce al pensiero di Nina. Notevole è però soprattutto la scelta delle registrazioni: si tratta di esecuzioni dirette da Carlo Maria Giulini (nel 1959) o da Erich Kleiber (nel 1955) e interpretate da Edwin Fisher, Elisabeth Schwarzkopf, Paul Tortelier. È una scelta inusuale perché sono incisioni storiche. Ma anche in questo c’è una logica estrema all’interno del film. Le musiche che sentiamo sono sempre sul confine tra diegetico ed extra-diegetico: sembrano provenire dai giradischi di Nina o dell’anziano vicino pervaso da una sehnsucht malinconica ma accompagnano poi Nina nei suoi viaggi di fantasia. La progressione degli eventi porta la regista a dare spazio crescente al mondo interiore di Nina, che irrompe nella narrazione sempre più frequentemente attraverso scene che parlano un linguaggio – qui sì – troppo simbolico per essere immediatamente compreso dallo spettatore. Il fumo in casa simboleggia soltanto la confusione mentale di Nina? La plastica che isola la stanza dove il maestro (Ernesto Mahieux) le insegna gli ideogrammi è il simbolo dell’incapacità di Nina di vedere chi egli sia in realtà? Gli origami che invadono l’Eur alla fine del film rappresentano la forza interiore di Nina che emerge e sopraffà le angosciose architetture che la imprigionavano? Chi – o cosa – è davvero Ettore (Luigi Catani)? La creatività? La speranza? La fiducia in sé stessi?

Anche se non offre risposte a tutte le nostre domande, provocando il dubbio che sia un’opera eccessivamente criptica, Nina è veramente un bel film.

2 Comments

  1. marisa 30 aprile 2013
    • Alessandro Guatti 30 aprile 2013

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