The Words

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Regia: Brian Klugman e Lee Sternthal
Anno: 2012

Alle volte succede di ritrovarsi alla fine di un libro e di identificarsi così tanto nella storia e nei personaggi, che quelle vicissitudini di pura fantasia sembrano realmente accadute. Alle volte abbiamo la sensazione di esserne gli autori stessi. C’è un angolo dentro di noi dove sono depositate quelle parole e quell’autore sembra averle semplicemente raccolte, come si raccoglie dell’uva da un cesto di frutta altrui per farne del vino.

Adesso mescolate questo concetto con la frustrazione di non essere all’altezza dell’autore del libro. Volevate averlo scritto voi, volevate anche solo sentirlo vostro. Così accendete il computer e iniziate a scrivere, e cosa scrivete? Ricopiate quel libro parola per parola, volete essere quel libro, volete sentire l’incredibile potenza artistica di quelle parole, volete che queste passino attraverso i vostri occhi e scorrano attraverso i vostri impulsi nervosi e nascano nuovamente per opera delle vostre mani su un altro supporto di scrittura. Sarà forse vostro, adesso, quel capolavoro? La risposta è no. Ma chi potrà mai biasimarvi per aver realizzato il sogno che vi spettava di diritto? Sono io che ho vissuto quel libro, sono io che lo scrivo, sono io che lo racconto. Eppure la coscienza è dietro l’angolo: è nostra moglie che sorride, è un vecchio che ci racconta una storia in un parco, è una bella donna che ci seduce ad una serata di gala. Un senso di colpa ci assale, come se avessimo commesso un vero e proprio delitto a cui non è concessa neanche la liberazione di un castigo.

Questo è quello che accade nell’intricato gioco metanarrativo che è questo film: tre narrazioni di tre scrittori si intrecciano tra loro in un’introflessione letteraria che diventa flashback. Clay Hammond (Dannis Quaid) scrittore di successo. Rory Jansen (Bradley Cooper) aspirante scrittore in crisi per mancanza di talento. E un vecchio scrittore dimenticato dal mondo, Jeremy Irons, che si rivelerà proprio a Rory come vero autore del racconto e che lo coinvolgerà in parte nel suo triste destino.

Il film si apre proprio con lo scrittore Clay Hammond che legge in un auditorio la sua opera. La storia racconta del giovane Rory, alle prese con i vari tentativi di pubblicazione dei suoi lavori, tuttavia sempre falliti. Il giovane si ritrova, dunque, a dover affrontare i propri limiti e ad abbandonarsi ad una vita senza gloria. Il caso vuole, però, che durante il viaggio di nozze con la sua amata Dora (Zoe Saldana), Rory acquisti una ventiquattrore malandata per il suo lavoro da impiegato insoddisfatto ed all’interno rinvenga un manoscritto senza autore.

Lo legge e si immerge completamente nel racconto al punto che, travolto da uno slancio di emulazione, lo ricopia al computer. Ha adesso in mano la possibilità di realizzare il sogno di veder riconosciuto il talento che non ha.
Arriva così il grande successo, ma presto il giovane scrittore inesperto si ritroverà ad affrontare i propri limiti e il dilemma morale che consegue alla consapevolezza di aver sfruttato il talento d’un manoscritto non suo. Tale consapevolezza riaffiora quando Rory incontra a Central Park un vecchio trasandato, unico e vero autore del libro, che appunto rivendicherà tale diritto.

Questa storia, apparentemente d’invenzione, sembra invece essere una proiezione della vita dello scrittore iniziale, Clay Hammond.
Come in un’inconsapevole battuta alla Match Point (Woody Allen, 2005) o in una partita woodialleniana giocata con il destino: la palla tocca la rete, rimbalza in alto e lentamente cade dall’altra parte del campo. Punto. Non si ha bisogno di quel castigo, si sopravvive sempre, si riesce a dormire ogni notte con l’onta riposta sotto il cuscino nel nostro bell’appartamento costruito sul dolore altrui. Del resto che cos’è la realtà e cosa la finzione? Cos’è il passato e cosa il presente? Cosa sono io e cosa tu?  Sono solo parole, concetti.

Una regia raffinata e ricercata per un intreccio narrativo magistrale che trasporta interamente in un mondo letterario fatto di catarsi rubate.
Un buon cast con un notevole Dannis Quaid e un non altrettanto esperto Bradley Cooper che però riesce bene nella parte del giovanotto incapace. Peccato per Jemery Irons, sacrificato in un ruolo marginale. Controparti femminili molto affascinati con tre livelli di esperienza abbastanza differenti: Zoe Saldana (Avatar, James Cameron, 2009), moglie di Rory, con la grazia e l’eleganza di una diva, Nora Arnezeder (Maniac, Franck Khalfoun, 2012), una bellissima donna francese d’altri tempi, moglie del giovane Jeremy Irons, interpretato da Ben Barnes, il Dorian Gray di Oscar Wilde nella recente versione cinematografica del 2009, e Olivia Wilde (Tron: Legacy, Joseph Kosinski, 2010), che però non risulta all’altezza della bravura delle sue colleghe, anche se di fascino ne ha da vendere.
In sintesi, un film riuscito e assolutamente consigliato.

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