La collina dei papaveri

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Regia: Goro Miyazaki
Anno: 2011

A sei anni da I Racconti di Terramare (2006), Goro Miyazaki torna nelle sale italiane con un nuovo lungometraggio, La Collina dei Papaveri, portando con sé una scia di commenti poco entusiastici derivanti dal precedente lavoro e l’ingombrante presenza artistica del padre Hayao, autore instancabile e qualitativamente imbattibile. Riuscirà Goro, con questa nuova fatica, a riscattarsi e affermarsi autonomamente come cineasta? Riuscirà a imporsi positivamente nel panorama internazionale, senza godere unicamente dell’imprescindibile plauso giapponese?

Per dare adeguata risposta a tali interrogativi, basterà attendere il 6 novembre (o il 4, in occasione del Lucca Comics & Games) quando il film, distribuito da Lucky Red,  uscirà in un unico evento, nonostante sia già stato presentato al Festival di Roma 2011, nella sezione Alice nella Città e abbia ottenuto debito encomio in terra nipponica.

Ambientata in epoca post bellica, la vicenda di Umi e Shun, la prima orfana di padre e il secondo figlio di un marinaio, si declina all’ombra della prospettiva modernizzatrice e neogenerazionale di un Giappone, quello del 1963, che necessita di rinnovamento e riaffermazione su più campi. E il rinnovamento che colpisce i due ragazzi è quello dell’abbattimento del Quartiere Latino, area di aggregazione e incontro del vecchio liceo che il preside decide di debellare. Shun si oppone al progetto e organizza una combriccola di studenti che lo aiuti a contrastare il progetto edile. Tra questi conosce Umi, con la quale inizierà un delicato e puro percorso di amicizia e amore, capace di valicare i limiti di una società protesa verso il futuro ma negativamente intenta a rinnegare il suo passato.

Goro Miyazaki abbandona le note fantasy de I Racconti di Terramare per approdare a un’ambientazione decisamente più realistica e moralmente engagée che gli consenta da una parte di estendere il ritratto societario a tematiche quali l’urbanizzazione esasperata, il disagio degli orfani di guerra, la ruralità sottomessa all’industria, e dall’altra di affrancarsi su un terreno meno impervio di quello mitopoietico in cui il padre eccelle (si veda a tal proposito La Città Incantata, Hayao Miyazaki, 2001 e Il Castello Errante di Howl, Hayao Miyazaki, 2004).
La Collina dei Papaveri si propone, quindi, come piacevole racconto di formazione, amore e amicizia che, mantenendo l’elevata qualità grafica dello Studio Ghibli riesce a trasporre cinematograficamente l’omonimo manga di Chizuru Takahashi e Tetsuro Sayama (Kokuriko-zaka Kara, 1980) con tutto quel portato emotivo e compartecipativo che soltanto il grande schermo riesce a generare.  La mano di Miyazaki Sr. nella sceneggiatura rappresenta, inoltre, una garanzia di successo.

Se l’oberante azione dell’industrializzazione resta al centro della narrazione, è tuttavia lo scontro generazionale a muovere i fili delle vicende, a scombinare dinamiche e rapporti: l’energia del nuovo (nuovo Giappone, nuova società, nuove opportunità) spinge così vigorosamente da distruggere tutto ciò che incontra, lasciando dietro di sé non più la coscienza di un passato comune ma un penoso oblio societario, inteso solo ad un’autoaffermazione. E così si cerca di abbattere il liceo, si cerca di dar spazio a una generazione fallimentare in partenza (fallimentare perché immemore di chi l’ha preceduta).

Oltre il film, oltre la pellicola, lo scontro generazionale potrebbe essere rintracciato anche nel rapporto padre-figlio dei due Miyazaki: come è impossibile per Shun ignorare i tempi passati, così è impossibile per Goro sottovalutare l’opera di Hayao; com’è impossibile per Shun pensare a un Giappone nuovo, così è impossibile per Goro apportare modifiche ed evoluzioni allo stile Ghibli senza tener in considerazione i picchi estetici del padre.

“Non c’è progresso senza memoria” si dice nel film. Allo stesso modo, non c’è Miyazaki senza Miyazaki.

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