The Liability

Regia: Craig Viveiros
Anno: 2012

Adam è uno scapestrato giovane che deve ripagare la costosa macchina del patrigno, distrutta in un incidente. Per farsi risarcire del danno l’uomo, oscuro affarista, gli procura un lavoro da autista per conto di un conoscente, il pacato e taciturno Roy. La sua prima giornata al volante si trasformerà presto in una girandola di imprevisti e situazioni tragicomiche, preso al centro di un microcosmo umano tanto bizzarro quanto violento e spietato.

Spiazzante. Piacevolmente spiazzante. E’ questo ciò che meglio riassume le reazioni che insinua sottopelle questo The Liability di Craig Viveiros (in anteprima al Torino Film Festival 2012 nella sezione Torino 30, dedicata alle opere prime o seconde di giovani autori emergenti).

Un film anomalo e orgoglioso di esserlo, che mescola sapientemente, senza strafare, generi e registri diversi. Un pò gangster movie dalla vena pulp, vivacemente ironico. Con un perfido humour tutto britannico fatto di dialoghi spassosi e personaggi strampalati. Sulla scia dei film di Guy Ritchie (Snatch – Lo strappo, 2000, RocknRolla, 2008), ma con meno azione frenetica e più tensioni psicologiche. Con un occhio sempre strizzato a Pulp Fiction (Quentin Tarantino, 1994).
Un pò black comedy dai risvolti grotteschi. Un pò spaccato sociale sulla precarietà giovanile (si parla in più punti di lavoro, bassi salari, costo della vita). Un pò dramma esistenzialista che segue avventure e incroci di vite ai margini, alla deriva.

Toni contrastanti ed emozioni diverse, ambigue. In alcuni frangenti si dovrebbe contemplare seri e sconcertati. Prendere le distanze dalla violenza sullo schermo (anche se il più avviene fuoricampo).

Invece si è presi in mezzo nell’irresistibile umorismo nero di questa strana coppia di balordi, il delinquente alle prime armi Adam (il bravo Jack O’Connell) e l’infallibile sicario Roy (un impressionante Tim Roth).
Si diventa partecipi del loro destino. Complici delle loro scorribande. Tifiamo per loro perfino quando tentano di macellare il corpo di un uomo nel bosco. Ridiamo alle loro salaci battute. Dell’incorreggibile cinismo dell’uno e dell’impacciata ingenuità dell’altro.

Il film è anche un’amara riflessione sul disfacimento dei legami affettivi e sulla perdita di valori e unità della famiglia. In una sequenza d’antologia, Adam e Roy mozzano le mani a un losco individuo che sulle dita ha tatuate le scritte “mamma” e “papà” nella sua lingua d’origine: le tradizionali figure amorevoli e protettive vengono simbolicamente tranciate di netto con un’accetta. Le relazioni familiari risultano monche, amputate, tragicamente spezzate.

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Per Adam l’occasione di cambiare vita, di allontanarsi dall’abietto patrigno e dalla madre assente, arriva dall’incontro con l’estraneo: una bella sconosciuta da cui è rapito (in tutti i sensi) e che gli proporrà di fuggire insieme.

Il compagno Roy è un uomo ormai sul viale del tramonto (è all’ultimo lavoro sporco). Così distaccato da aver sacrificato vita e affetti al servizio del crimine. Ha eliminato emozioni pericolose e messo da parte la sua stessa volontà (“Non mi danno un motivo, mi danno un nome” rivela in un punto). Ha azzerato la sua identità (non vuole essere chiamato né col suo vero nome, né con nessun’altro appellativo).

Massima attenzione ai dettagli, se si vuole sopravvivere, anche se, come dice lo stesso Roy, “la vita non è per tutti”. Roy elimina scrupolosamente ogni traccia, ogni segno della sua presenza che possa tradirlo. Occulta ogni contatto con le vittime (le mani troncate come le dita tagliate ai cadaveri in La promessa dell’assassino, “Eastern Promises”, David Cronenberg, 2007). Ripulire tutto, rendere l’ambiente asettico. Ossessione tematizzata fin dall’incipit, con il sordido container, usato per segregare giovani prostitute, che viene riassettato con getti d’acqua. Nel finale, invece, si brucia tutto. Fuoco che insabbia o che purifica? Il dubbio rimane.

Dopo l’identità, Roy nega anche ogni possibile identificazione (in contrasto con il meccanismo del cinema in generale). “Non guardarlo negli occhi, o ti identifichi con lui” spiega al malcapitato Adam, spaventato di fronte a un corpo da tagliuzzare. Per colpire freddi e senza remore bisogna pensare a qualcuno per cui si prova una rabbia viscerale. Ed ecco, allora, che esplode il conflitto edipico di Adam. Il suo pensiero rancoroso va subito all’odiato patrigno mentre fa sesso con la madre sottomessa.

Vuole uccidere il (falso) padre. Quello vero è assente, manca da sempre. Così è Roy a diventare una sorta di padre-tutore per Adam, lui che invece cerca una riconciliazione con la figlia. Come accadeva nel precedente film di Viveiros, Ghosted (2011), dove un criminale detenuto si riscattava facendo da padre protettivo a un giovane in balia dei soprusi di violenti carcerati.

Anche se qui Roy è una sorta di Abramo biblico che prima porta il figlio Adam/Isacco in un posto isolato per ucciderlo, ma poi rinuncia perchè si sente, in qualche modo, legato a lui. The Liability: la responsabilità.

Un film senza compromessi e per niente consolatorio, che ci invita a un riso beffardo anche sull’orlo del baratro.

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