E se vivessimo tutti insieme?

Regia: Stéphane Robelin
Anno: 2011

“È strano, le persone pensano a tutto: assicurano la casa, l’auto, la loro stessa vita. Eppure non si preoccupano degli ultimi anni, di cosa faranno negli ultimi anni della loro vita”.

La frase pronunciata da Jeanne (Jane Fonda) in una scena chiave del film sintetizza l’intento narrativo di E se vivessimo tutti insieme?, secondo lungometraggio del regista francese Stéphane Robelin (Real Movie, 2004).

La spontaneità della domanda del titolo rispecchia la naturalezza delle interpretazioni e l’immediatezza della trama del film, che segue le (dis)avventure di un gruppo di amici giunti in età ormai avanzata e che ad un certo punto decidono, appunto, di andare a vivere tutti insieme per condividere gli oneri della vecchiaia.

Le coppie formate da Jean (Guy Bedos) e Annie (Geraldine Chaplin) e da Albert (Pierre Richard) e Jeanne, a cui si unisce lo scapolo Claude (Claude Rich), tutti membri della buona borghesia, si conoscono da una vita (è proprio il caso di dirlo) e formano un bel gruppo di amici in cui ognuno affronta a suo modo l’autunno della propria vita.
Jean è rimasto un idealista che si batte contro le ingiustizie sociali ma, a causa della sua età, nessuno gli dà retta e sente di combattere contro i mulini a vento. Annie pensa a come costruire una piscina nel giardino di casa per poter passare più tempo con i suoi nipotini. Claude passa il suo tempo tra balere e giovani prostitute. Albert comincia ad accusare sintomi di demenza senile e così appunta gli avvenimenti del giorno su di un diario che va a rileggere per ricordare quello che è successo nei giorni precedenti. Jeanne scopre di essere gravemente malata ed organizza, tenendo tutti all’oscuro, il funerale perfetto.

L’iniziativa del titolo nasce dalla proposta di Jean, che un giorno invita i suoi amici ad andare ad abitare nella sua grande ed accogliente casa dove magari la vecchiaia, senza l’aiuto dei figli adulti che sono pressoché assenti, sarà per loro più facile e più dolce da sopportare. Quando Claude viene colpito da un infarto e confinato dal figlio in una desolante casa di riposo, gli altri membri del gruppo lo aiutano ad evadere e, con la consapevolezza che solo restando uniti potranno affrontare gli inconvenienti della senilità, vincono pudori e reticenze e vanno finalmente a vivere insieme.

Da questo momento in poi il film racconta le vicende e le dinamiche che si instaurano all’interno del gruppo – amori, bevute, tradimenti, sessualità, vita comune – osservandole e riportandole quasi con gli occhi di uno studioso. Tant’è che lo spettatore si può facilmente identificare col personaggio di Dirk (Daniel Brühl), studente di antropologia che conosce il gruppo quando Jeanne e Albert lo assumono come dogsitter e che poi entra a far parte del gruppo quando, proponendosi di scrivere una tesi sullo sguardo del mondo contemporaneo verso gli anziani, va a vivere con loro per osservarli e studiarli sul campo.

E se vivessimo tutti insieme? è una pellicola leggera che affronta temi anche drammatici – in una vicenda in cui gli anziani sono protagonisti, la morte è un tematica da cui non si può prescindere – in modo rarefatto, lirico, ma sempre comunque realistico. I personaggi presentati sono degli irresistibili vecchietti per i quali è difficile non provare empatia: i loro difetti sono accentuati, sono scorbutici ma anche indifesi, e hanno dalla loro parte la libertà dalle pressioni sociali, la libertà di poter fare e dire quasi tutto, di poter perdonare gli errori passati in nome di un presente fin troppo effimero e quindi da vivere appieno e fino in fondo.

Tra gli attori brillano in modo particolare Pierre Richard (Due fuggitivi e mezzo, 1986; 27 baci perduti, 2000)  e Jane Fonda (Barbarella, 1968; Quel mostro di suocera, 2005), la quale riesce ad esprimere sensualità anche a 75 anni, sapendo interpretare, allo stesso tempo, la moglie, l’amante, l’amica e la nonna che tutti vorremmo avere.

Nel complesso la storia si regge interamente sulle spalle dei sei protagonisti – anche il resto del cast è una garanzia, da Geraldine Chaplin (Il Dottor Zivago, 1965; Parla con lei, 2002) a Daniel Brühl (Goodbye Lenin, 2003; Bastardi senza gloria, 2009) – e la pellicola si inserisce nel filone di quelle commedie d’oltralpe che si presentano come favole moderne, dove si sorride e ci si commuove poiché si riesce a raccontare la realtà con misura e con incanto, una qualità che si esprime in particolare nella scena finale, quasi surrealista: una porta che ci immette idealmente ed emotivamente nel mondo costruito da Albert, lì dove tutti vorremmo vivere, dove le pagine dolorose della nostra vita possiamo letteralmente strapparle via e dimenticarle per sempre.

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