Millennium – Uomini che odiano le donne

Regia: David Fincher
Anno: 2011

La giovane Rooney Mara e Daniel Craig investigano su un misterioso omicidio nel nuovo adattamento cinematografico, firmato David Fincher, del best-seller Uomini che odiano le donne: Millenium trilogy 1di Stieg Larsson.

Pur essendone sempre stata piuttosto incuriosita, non ho mai letto l’omonimo best-seller postumo di Stieg Larsson da cui è stata tratta l’ultima fatica del regista di Seven e Fight Club, né ho visto il suo primo adattamento cinematografico (di Niels Arden Oplev, datato 2009): mi sono quindi trovata davanti agli occhi una storia del tutto nuova.

Il giornalista Mikael Blomkvist (Daniel Craig) e la giovane hacker, instabile quanto geniale, Lisbeth Salander (Rooney Mara) si ritrovano a indagare sull’omicidio di Harriet, nipote del magnate dell’industria Henrik Vanger (il Premio Oscar Christopher Plummer), avvenuto quarant’anni prima in circostanze rimaste misteriose.

Nonostante la trama, intricata quanto avvincente, e i numerosi personaggi che la popolano, il titolo originale (“The Girl with the Dragon Tattoo”) parla chiaro: è proprio lei, Lisbeth Salander, la ragazza con il drago tatuato sulla schiena, la protagonista indiscussa della storia, così come è la semi-sconosciuta (perlomeno finora) Rooney Mara (candidata alla statuetta per la migliore attrice protagonista nel 2012 proprio per questo ruolo) a spiccare maggiormente fra i vari attori del cast.

Visivamente, Millennium è di notevole impatto: oltre al montaggio, che ha vinto il Premio Oscar nel 2012, a colpire è la sempre perfetta fotografia di Jeff Cronenweth (che aveva già lavorato con Fincher in Fight Club e The Social Network), fredda e cupa come Hedestad, l’immaginaria cittadina svedese che fa da sfondo agli eventi; anche la macchina da presa, poi, decisamente molto dinamica (si pensi all’interessante uso delle inquadrature dall’alto), fa la sua parte.

Fincher dimostra ancora una volta di dare il suo meglio nei thriller (nonostante la brillante prova nel campo del biopic con The Social Network), e la pellicola ha certamente il pregio di non presentare tempi morti, nonostante la sua notevole durata (due ore e mezza abbondanti). Va però precisato che, verso la fine del film, si viene a sapere che dall’inizio degli eventi è passato un anno: anno che, in effetti, sembra scorrere un po’ troppo velocemente sullo schermo. Pur con la consapevolezza degli ovvi limiti del mezzo cinematografico, quindi, ciò che viene lamentato, soprattutto da coloro che hanno letto il libro, è la resa del lento passare del tempo: molto più efficace fra le pagine del romanzo che nel film.

Una doverosa parentesi finale va aperta per gli strepitosi titoli di testa, ai limiti del cyberpunk, cadenzati da Immigrant Song dei Led Zeppelin nella nuova versione industrial di Trent Reznor & Atticus Ross (alla quale presta la voce Karen O degli Yeah Yeah Yeahs); titoli che rappresentano, a detta degli autori, un incubo di Lisbeth (nonché una breve sintesi delle vicende dei tre capitoli della saga) e che potrebbero quasi considerarsi un’opera a parte: una perfetta fusione di immagini e musica che vale da sola il prezzo del biglietto.

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