Lawless

Regia: John Hillcoat
Anno: 2012

Contea di Franklin, Virginia, 1931. In pieno Proibizionismo, i fratelli Bondurant (l’imberbe Jack, il carismatico Forrest e l’ubriacone Howard) distillano whisky clandestino nelle campagne della zona. La situazione si complica con l’arrivo da Chicago dal corrotto sceriffo Rakes, a cui i tre rifiutano di sottomettersi. Sarà l’inizio di una spietata guerra tra bande, per sopravvivere e per difendere onore e affari di famiglia.

Se c’è un fenomeno caratteristico dell’ultimo decennio, è certamente il rinnovato interesse per l’epoca del Proibizionismo americano (1919-1933). Una nostalgia vintage per le appassionanti storie di gangster e malavita sullo sfondo delle miserie della Grande Depressione. Una tendenza globale, che coinvolge l’intero panorama mediale.

Si pensi a recenti serie tv di successo come Boardwalk Empire – L’impero del crimine (2010 – in corso, prodotta da Martin Scorsese), sulla criminalità organizzata nell’Atlantic City dei primi anni ’30. Senza dimenticare il ruolo centrale del cinema, da Era mio padre (“Road to Perdition”, Sam Mendes, 2002) fino al biopic su John Dillinger (Nemico Pubblico, “Public enemies”, Michael Mann, 2009).

Il film di John Hillcoat si inserisce nel filone con una gangster story periferica di ambientazione rurale. Con consueti inserti di cinema d’azione (cacce all’uomo e sparatorie) e più di un prestito dal western: la casa-saloon dei Bondurant, lo scontro tra fuorilegge onesti e sceriffo corrotto, il duello finale, l’epica di frontiera tra il rude e selvaggio mondo dei montanari e la superbia altezzosa delle autorità cittadine.

Buoni spunti ma non è un capolavoro innovativo nel suo genere. La sceneggiatura, scritta a quattro mani da Hillcoat con il musicista Nick Cave (anche autore della colonna sonora country) riutilizza personaggi, schemi narrativi e regia piuttosto convenzionali. Non senza risultare a suo modo avvincente. Si distingue la fotografia del fido Benoît Delhomme, che alterna avvolgenti luci ambrate e luminose patine di giallo paglierino e oro chiaro. Quasi seguendo le varie colorazioni di un bourbon.

Hillcoat, pur dentro una struttura ampiamente rodata, trova il tempo per un’incursione nei suoi temi preferiti. Descrive ancora una volta un nucleo familiare anomalo, ma unito e determinato, in lotta contro poteri e forze esterne oppressive.

Nell’esordio La proposta (“The Proposition”, 2005), atipico western filosofico, tre fuorilegge (fratelli come i Bondurant), nell’Australia di fine ‘800, rinnegavano l’ipocrita vita in società, basata su un brutale dominio colonizzatore mascherato da progresso civile.

Nel successivo The Road (2009), padre e figlio lottavano soli per la sopravvivenza, contro la natura ostile e il feroce cannibalismo umano.

Così, anche in Lawless, i Bondurant sono un gruppo di individui ai margini. Una micro-società che prospera a scapito della sociètà legittimamente riconosciuta. Ribelli verso le angherie di un sistema di potere avido e ipocrita. Uomini liberi in una terra senza legge bagnata non da piogge ma da fiumi di alcool. “La contea più fradicia del mondo”, come chiarisce il titolo del romanzo da cui la pellicola è tratta.

È un film al servizio degli attori. La vicenda si regge sulla presenza massiccia del colosso britannico Tom Hardy (che, abbandonata la maschera di Bane in Il cavaliere oscuro – Il ritorno, “The Dark Knight Rises“, Christopher Nolan, 2012, si scopre un interprete capace) e dell’australiano Jason Clarke (visto in Nemico Pubblico). Guy Pearce, feticcio di Hillcoat, è il repellente Charlie Rakes, viscido dandy metropolitano. Jessica Chastain e Gary Oldman, nel ruolo del gangster Floyd Banner, sono ottimi comprimari. Mentre non emoziona più di tanto la love-story tra il giovane Jack/Shia LaBeouf e Bertha (la Mia Wasikowska di Alice in Wonderland, Tim Burton, 2010).

Hillcoat mette in scena il confronto e gli attriti tra leggenda (la credenza popolare sulla presunta invincibilità e immortalità dei Bondurant) e realtà, tra verità e mito. Per sancire il primato dello storytelling finzionale sulla realtà tangibile.

Nel finale alcuni personaggi diventano scure silhouettes evanescenti, riprese in controluce. Profili bidimensionali inconsistenti, nere sagome ritagliate e appiattite su uno sfondo.

Quasi a dirci che le imperiose figure dei Bondurant (Forrest in particolare) alla lunga perdono sostanza se non vengono fortificate dall’azione del mito (solido, pregnante, inscalfibile nel tempo). Se non vengono  alimentate con costanza dalla narrazione delle loro gesta. Di fronte alle quali il cinema si fa da parte, lasciando spazio al racconto orale dei testimoni (non viene mai mostrato come Forrest si salvi da una gola tagliata, dalle pallottole in corpo, ma tutto emerge dalle dicerie del popolo). Lo stesso Forrest non ricorda, o non vuole ricordare, le sue azioni. Preferisce credere alla potenza della sua leggenda.

In sintesi, si può dire che il film di Hillcoat assomigli alla miscela di whisky che producono i Bondurant: un gradevole distillato (di cinema), un buon concentrato dell’immaginario gangsteristico, con il giusto mix di ingredienti. A cui tuttavia manca qualcosa per ambire ad essere un raffinato prodotto di prima scelta.

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