The Road

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Regia: John Hillcoat
Anno: 2009

Di fronte alla numerosissima mole di opere che poggiano, in maniera più o meno cedevole, le loro fondamenta sul refrain apocalittico-catastrofico alle volte si stagliano delle piccole perle destinate ad essere ricordate dagli osservatori più raffinati.

The Road ne è un esempio lampante. Un film che potrebbe come tanti darsi allo spettacolarismo facile (e spesso esacerbato) sceglie invece di  compiersi con atteggiamento risoluto. Un film che decide di muoversi sull’asse sintagmatico introspettivo e ponderato, scevro da combattimenti (per carità, spesso e volentieri onestamente simpatici) quanto fertile di considerazioni filosofiche che cadrebbero altrimenti velocemente nello scontato.

Ci ritroviamo dunque immersi in un racconto di viaggio che si interroga sulla condizione umana, in situazioni estreme che di umano hanno ben poco, che muta in un susseguirsi di disvelamenti emozionali alle volte difficili da digerire (la scena della botola e della relativa scoperta della nascita di anti-uomini ormai metamorfosati in bestie ha un impatto poderoso) ma resta intatta nelle sue ataviche etiche, almeno in coloro che si dimostrano più forti. Di fatto poi si tratta di un confronto generazionale incorrotto (non più spurio come quelli retti dalle labili palafitte della società delle convenzioni) che vede il contrapporsi di un padre (Viggo Mortensen pressoché perfetto, doppiato nella versione italiana da un capacissimo Pino Insegno) e un figlio (Kodi Smit-McPhee decisamente all’altezza, anche se alle volte più impacciato, ma diciamoci la verità, per un bambino recitare la parte di un bambino è impresa ardua). Entrambi accomunati da una solitudine massima ed enfatizzata dall’allegorico abbandono della mamma Charlize Theron (elemento della narrazione forse fra i meno rilevanti ed interpretazione ai limiti dell’insipido).

Tutte le carte vengono giocate in maniera composta e nel complesso il risultato è superbo ed asciutto, apprezzabile proprio in considerazione di una visione realistica del contesto di un mondo catastrofico privo di vita (biologicamente=cibo, ontologicamente=motivo d’esserci) e sede della finale lotta fra il bene, rappresentato da un innocente  bambino e il suo stanco padre, e il male, orda di disumanizzati, seppur ancora cogitabondi e strategici, cannibali.

Sia ben chiaro che sarebbe intellettualmente scorretto tessere le lodi di un film, che pure è lodevole, come quello in questione senza rammentare quali siano le radici, se non le vere e proprie paternalità, dei temi in questione. Chi guarda alla strada di Hillcoat dovrebbe tenere a mente L’angelo sterminatore (El ángel exterminador, 1962) di Luis Buñuel, scherzosamente citato per i non addetti ai lavori nel Midnight in Paris (2011) di Woody Allen.

C’è poi da chiarire come il tema apocalittico, senza risalire (e sarebbe necessario) alla katharsis greca, sia ricco di predecessori, fra i quali ad esempio il Romero George padre dello zombie movie. E in effetti la mancanza dei non-morti, centometristi (28 giorni dopo e affini), ibridi (Resident Evil e simili), spassosi (Benvenuti a Zombieland, L’alba dei morti dementi e altri) o classici che siano, potrebbe stranire uno spettatore disattento che indubbiamente in un lavoro come The Road vedrebbe volentieri la presenza di un qualunque mangiacervelli. Eppure anche questa variabile mancata sembra essere un punto di forza, una scelta ben fatta da Hillcoat che mira a creare qualcosa di diverso, che non possa essere confuso con altri in una schiera già troppo fitta.

In conclusione The Road è una storia, un simposio filosofico, un esercizio di signorile cinematografia, e molto di più, ma mantiene intatto un intrico da palesare e, grazie a ciò, non si configura come semplice film di concetto, ma come equilibrata via di mezzo. Il finale a sorpresa poi  fa storcere il naso ai catastrofici di professione, che si sentono delegittimati dal fumarsi motivatamente la loro sigaretta post-film per spezzare la tensione…ma tutti gli altri, e in fondo anche loro, tirano un momentaneo sospiro di sollievo.

Punto di forza: le cause della catastrofe globale non vengono chiaramente dette, ma in realtà si comprendono, e fungono da ennesimo monito verso tutti coloro che il mondo lo stanno uccidendo.
Punto di debolezza: il finale di cui si è già scritto, probabilmente non accontenta tutti quanti. Ma è stato mai possibile accontentare tutti? Ai posteri l’ardua sentenza.

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Bruno Surace, detto Brus. Classe 1990 (ergo attualmente 22enne). Dottore in Scienze della Comunicazione a Torino. Cinefilo mutevole nel tempo con convinte tendenze ossessivo-compulsive spesso ben celate. Poeta a tempo perso, felicemente. Più che l'amore per l'arte sostengo l'innamoramento per la suddetta, sempre così piacevolmente nuovo, adrenalinico e caldo, da farti perdere la testa come se fosse il primo giorno.

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