Acciaio

Regia: Stefano Mordini
Anno:
2012

Lavorare stanca. Lavorare stanca soprattutto i Vinti. E poi … tra l’amore di due ragazze quindicenni, l’Acciaio!

Un paesaggio assolato. Un cielo profondo e un mare disegnato da finte increspature. Una tetra fabbrica di cemento armato che scheggia questo volto naturale. Ecco lo scenario disegnato da Stefano Mordini per il suo ultimo lungometraggio Acciaio (2012).

In tale scenografia beckettiana, in questo palcoscenico inverosimile e scabro si dipanano esistenze sventurate, vite forgiate dal fuoco della disillusione e dell’amarezza. Anna (Matilde Giannini) e Francesca (Anna Bellezza) sono due adolescenti che imparano insieme a sbrogliare la matassa della quotidianità. Anna e Francesca sono due amiche, sono due complici, sono due giovani donne che scoprono ingenuamente un’incontrollabile e reciproca pulsione amorosa. Anna e Francesca sono il perno magnetico attorno al quale ruota ciascuno dei personaggi.

Alessio (Michele Riondino), fratello di Anna, è impiegato nell’acciaieria Lucchetti. Lui è coprotagonista solitario, lavoratore instancabile, individuo che calca il sentiero dell’illegalità e che conserva, comunque, un’aura d’integrità. Alessio ama inconsultamente la propria famiglia, tenta di proteggerla dai contraccolpi della vita. Senza riuscirci.
Sullo sfondo c’è la sua chimerica Elena (Vittoria Puccini), un tempo distante e adesso rientrata a Piombino come dirigente della fabbrica. Il contorno è solo un concentrato malsano. Il finale pietrifica.

Le passionali e precarie dinamiche amorose delle due ragazze raccolgono l’infelice compito di spiegare e raffigurare l’epopea di un popolo di vinti. Formiche che lottano per navigare in un oceano di precarietà, marionette robotizzate che si calano nell’inferno dell’acciaio per sopravvivere, ombre che combattono, con la vampa della lama ferrea, sul ring dell’aspra realtà.

Le due tenere e instabili ragazze scoprono attraverso il loro primo bacio un germinale, e ancora adolescenziale, sentimento. La spinta emozionale di Francesca verso Anna diviene insicurezza, prima, morbosità, poi. La naturalezza e la veemenza con la quale rintraccia, nei profondi recessi del proprio ego, l’amore per la sua eterna amica non può non muovere le intime corde dello spettatore. Gelosia, dolore, astio e autodistruzione colgono inguaribilmente Francesca, quando la sua controparte femminile scioglie il proprio vincolo verginale con Mattia (Francesco Turbanti), compagno d’infanzia di Alessio.

L’odore e il sapore dei sussulti orgasmici di Anna guastano la ragione della spasimante. Lei è disperata. Il suo dolore si chiama Amore. Lei assume la potenza tragica d’una eroina. Lei diviene artefice della propria rovina. Lei smarrisce il senno. Gelosia è il nome della sua condanna.
Lei è Medea arsa di rabbia, è Didone folle, è Deianira bruciata dall’ira vendicativa, è Agamennone fuorioso. Non importa se sia uomo o donna. L’affetto e l’ardore non conoscono il confine del sesso, né il limite della sessualità.

La pellicola, tratta dal romanzo Acciaio (2010) di Silvia Avallone,  pare ricalcare i temi portanti del film di Gabriele Salvatores, Come Dio comanda (2010). Nonostante uno scenario di connotazione prettamente maschile, l’idea di sfiducia completa nei riguardi d’un futuro felice, la costante insicurezza lavorativa italiana e la scottante questione delle morti bianche riecheggiano, distintamente, alcuni cardini dell’opera di Mordini. Entrambe le pièces cinematografiche, inoltre, sono inquadrate da una cornice paesaggistica tinteggiata dai piloni cementizi delle fabbriche e dalle aride colline di calcestruzzo: un’atmosfera pervasa da scheletri di industrie metalmeccaniche. L’attenzione per un tessuto umano infimo, per stili comportamentali versati alla completa illiceità e la mollezza iconografica dei bordelli completano la tela di tali rimandi stilistici.

Anna e Francesca, con i dovuti distingui cronologici e topografici sembrano, in veste più licenziosa, ricalcare il controverso rapporto vissuto da Angela (Valeria Solarino) e Sara (Isabella Ragonese) in Viola di Mare (2009, Donatella Maiorca).
Prima erano giochi, poi sguardi, la vista diveniva odore e questo si tramutava, lento, nel dolce e agitato sapore di un bacio. L’una scappava incerta, l’altra incalzava con la forza del sentimento. Un connubio d’acciaio anche quello, un vincolo femminile che conservava in sé la persistenza di un impulso capace di sfidare la caducità del tempo e le imposizioni di una società intrisa di atavico perbenismo. Il mare, in entrambi i lungometraggi, è sfondo e sipario, nel contempo: in Acciaio è distesa malsana, palude che rabbuia le esistenze dei personaggi, umida culla che accoglie, insozzandosi, lo stabilimento Lucchetti; in Viola di Mare diviene specchio in cui si sublima e si riverbera il calore di Angela e Sara.

Acciaio è il legame delle due puberali interpreti. Acciaio è la ferrovia che recide la vita di Alessio. Acciaio è la spiaggia trafitta dai tralicci cementizi. Acciaio è l’asprezza del vivere e l’ostinazione dell’amore. Acciaio è un padre che non torna. Acciaio è la paura di una famiglia senza sogni.

Tanti sapori in un unico respiro. Da vedere!

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