Frankenweenie

Regia: Tim Burton
Anno:
2012

Arriva a gennaio Frankenweenie il nuovo film di animazione che Tim Burton ha realizzato con la Disney.

Un bambino con la passione della scienza usa l’elettricità per riportare in vita il suo cagnolino. L’emulazione da parte dei suoi compagni porterà il disastro nel paese di New Holland.

Frankenweenie, nelle sale italiane il 17 di gennaio ma già visibile in Uk, dove, al London Film Festival, ha avuto la sua prima mondiale, è l’omaggio che Tim Burton ha fatto a Frankenstein.
Prodotto dalla Disney (che per l’occasione trasforma il logo del castello di Cenerentola in un maniero gotico), è un’opera già nota agli appassionati di Burton, come la mostra di luglio a Parigi aveva evidenziato: Frankenweenie si sviluppa da un corto del 1984 che è contenuto speciale del dvd  The Nightmare before Christmas (1993).

Il protagonista è un bambino, Victor Frankenstein, un genio della scienza. Il suo unico amico è il suo cagnolino Sparky (una scintilla in un mondo di persone smorte e dall’aria malata). Quando l’animale muore, a Victor viene un’idea, indirettamente ispirata dal professore di scienza Ryzurski  (voce di Martin Landau, che fu Bela Lugosi in Ed Wood, 1994, evidente omaggio a Vincent Price), su come riportarlo in vita.
Esperimento riuscito ma ne seguiranno problemi legati alla competizione tra i ragazzi del villaggio, New Holland (dotato provvidenzialmente di un mulino, per ospitare il gran finale), che si stanno preparando per la fiera della scienza e temono che Victor li batterà. Insomma, il tipico film di Burton: un bambino, un sogno, i prodigi magici della scienza, la provincia americana annoiata e precisa, l’amicizia, la vita in una ridente e benpensante cittadina (come in Edward mani di forbice, 1990 e  La sposa cadavere, 2005) e i nerd.

Il film è pensato (anche) per un pubblico adulto, perché i rimandi culturali non sono ovviamente comprensibili da parte dei bambini (Frankenstein, James Whale, 1931; La Mummia, Stephen Sommers, 1999; Gremlins, Joe Dante, 1984; Quasimondo de The Hunchback of Notre Dame, Wallace Worsley, 1923, Goonies, Richard Donner, 1985; Un lupo mannaro americano a Londra, John Landis, 1981; Godzilla, 1998). Frankeweenie è adatto ai più piccoli, dato che mette in scena sentimenti semplici ed immediati e un mondo magico che affascina (non solo) i ragazzi.

La storia scritta da Mary Shelley (che è poi il nome della tartaruga zombie che sarà emula di Godzilla distruggendo New Holland) è appositamente banalizzata e disinnescata delle sue implicazioni psicoanalitiche: Sparky è un cagnolino e non fa paura a nessuno e Victor non rischia nulla in conseguenza al suo gesto. Non è il desiderio di Victor di ridare la vita a creare il danno, ma la sciocca competizione e la mancanza di vero amore per la scienza dei suoi compagni di classe a causare il disastro.

La storia è per bambini e per loro resta. Burton è il solito grande visionario, i personaggi sono perfettamente realizzati e caratterizzati anche nella lingua che parlano (fenomenale il cinese Toshiaki). I temi sono quelli consueti e la fedeltà poetica di Burton per alcuni può essere un’ossessione: i deformi sono eroi solitari e la storia racconta sempre e solo dello scontro incontro con il mondo dei normali, che sono i veri detentori di ciò che ci si deve rimproverare.

Il film è toccante. È vero: è solo un bambino con il suo cane, ma commuove: sono le cose semplici ad essere le più dirette. Inoltre, la pellicola, pur essendo sfacciatamente commerciale, è molto personale.
L’humor è gotico e geek. Non solo durante i monologhi del professore, ma anche nella caratterizzazione nel personaggio che si rifà a Boris Karloff, ovvero Nassor, che fa sorridere tutto il tempo: per come parla e come si muove, se non addirittura per il tipo di animale che riporta in vita (Colossus). Sparky stesso è un animaletto dolce e buffo che caratterizza gag semplici ma divertenti. Tenera anche la cagnolina sposa di Frankenstein, Persefone, con le strisce bianche nel pelo, la sua padrona, Elisa Van Helsing (sì, proprio così, un divertente cortocircuito), come anche il gobbo Quasimodo, lo strisciante Edgard E Gore, le scimmie di mare che sembrano un gruppo di gremlins, il ratto zombie che agisce come un lupo mannaro.

Il film piuttosto è fedele al corto originale, ha uno spirito fresco anni 80, innocente, sin troppo, forse, ma certamente quell’ora e mezza in sala a vedere il film sarà un momento di relax. Con una riflessione su cos’è la scienza e che uso se ne può fare. Alla fine, al quesito iniziale, se sia bene o meno riportare in vita il proprio caro amico. Non si ha risposta, o forse sì.
Con amore si può fare tutto (infatti Sparky è buono, gli altri animali resuscitati, che sono sconosciuti ai bambini che li trasformano, no). “La scienza fa domande” e le persone invece non le vogliono sentire, preferendo usufruire in modo facile delle scoperte. Ogni attività cambia se fatta con amore o odio.

I progressi scientifici possono creare mostri, o ridare la vita, a seconda di chi li realizza.
Altra riflessione ce la porta Elisa, costretta suo malgrado a cantare con delle candele accese in testa (per lei, l’operazione non è sicura): lo zio, il sindaco, le rammenta che: “Ci sono tante ragazze che darebbero qualsiasi cosa per essere al tuo posto”, frase che spesso le donne si sentono rivolgere. E lei : “Ben venga la morte”.
Una chiara critica all’immagine femminile che disumanizza la donna rendendola oggetto e a un modo di fare spettacolo ridicolizzante.

L’insegnamento finale è che i personaggi positivi sono spontanei e naturali e come sempre il bene vince sul male. Chi veste di nero e sembra inquietante (e diverso) non è necessariamente cattivo e non bisogna avere paura dei morti, ma dei vivi.

La regia accurata, specifica e mai scontata, accompagnata da una scrittura semplice, immediata e sincera fanno di questo lavoro un piccolo tesoro, in particolare nella scena in cui il cane muore.

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