Flight

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Regia: Robert Zemecksis
Anno: 2012

Whip Whitaker è un pilota di linea che durante un volo, con una manovra tanto avventata quanto efficace, recupera l’aereo finito fuori controllo, salvando la vita a moltissime persone. Per il pubblico e le autorità diventa un eroe, ma il peggio è in agguato: le analisi confermano che Whip, alcolizzato e cocainomane, volava ubriaco. Il salvatore diventa in fretta bersaglio, comodo capro espiatorio per i morti dell’incidente. Whip si trova così a lottare contro i suoi demoni, mentre un’inchiesta rischia di trascinarlo in carcere per sempre…

(S)connessioni e sconfinamenti (Chi ha incastrato Roger Rabbit?, “Who framed Roger Rabbit?”, 1988). Viaggi, cortocircuiti e sfasamenti temporali (la trilogia di Ritorno al futuro, 1985-1990, La morte ti fa bella, “Death becomes her”, 1992, A Christmas Carol, 2009). Variabili impazzite, che turbano la quiete all’improvviso. Identità scombussolate, perdita dell’equilibrio e dell’orientamento: spaziale (Cast Away, 2000) sociale (Forrest Gump, 1994), esistenziale (Contact, 1997). Linee-guida aggrovigliate lungo un percorso incerto, instabile e confuso.

Tutto il cinema di Robert Zemecksis intraprende lo stesso tragitto del disgraziato velivolo pilotato da Whip Whitaker: un volo/film che comincia apparentemente tranquillo, rilassato, a cinture allacciate. Per poi sbandare, sbalzare, cambiare bruscamente rotta. Invertire la direzione verso traiettorie impensate, deviazioni impreviste, deragliamenti dai binari della logica, dalle (finte) sicurezze dell’ordinario.

Mantenendosi in bilico nel vuoto (d’aria, dell’anima, di affetti e valori). Tentando di frenare derive, cadute forse inarrestabili. Quella dell’aeroplano, certo. Ma soprattutto quella del protagonista Whip (il solito, immenso Denzel Washington, candidato all’Oscar come miglior attore): una discesa infinita in un baratro di alcolismo e solitudine.

Whip è un uomo che solo lassù, tra tempesta e nuvole, si sente pienamente padrone di sé (seppur ubriaco fradicio), saldamente al controllo della sua vita. Sicuro, determinato a fare scelte e prendere decisioni tempestive in situazioni limite. Quando scende per ritornare a terra invece, abbandona i comandi e  inserisce il pilota automatico. Annullandosi e trascinandosi per inerzia tra una bottiglia di vodka e l’altra. Sprofondando nell’isolamento e nell’autodistruzione.

Sempre più giù, come l’aereo che perde inesorabilmente quota (sequenza tesa e frenetica con le inquadrature che tremolano e sobbalzano). Whip riesce a evitarne il collasso, rovesciando l’apparecchio per mantenerlo stabile. Ma è la sua vita in realtà a viaggiare sottosopra, completamente capovolta (è divorziato, con moglie e figlio che non vogliono più vederlo). Whip non atterrerà forse mai più. In fuga dalla vita, auto-recluso in una personale no man’s land(ing) fatta di eccessi e orgoglio arrogante (“Io scelgo di bere” rivendica perentorio).

Si prova comprensione e repulsione al tempo stesso per lui. Ci si arrabbia per le sue ostinate ricadute nei vizi, ma in fondo si crea una divertita empatia: irresistibili le carrellate all’indietro con la fiera camminata post-sbornia di Whip, sulle note di Feelin’ Alright di Joe Cocker. Ci sono anche il rock-blues dei Rolling Stones (Gimme Shelter  e Sympathy for the devil, pompata dalle cuffie del tracotante hippie John Goodman) e lo score del fido Alan Silvestri (simile al freddo minimalismo della soundtrack di Clint Mansell per The Wrestler, Darren Aronofsky, 2008).

Il film di Zemecksis vive di suoni e rumori di fondo chi si affievoliscono in lontananza (il ronzio delle turbine, le sirene dei soccorsi, voci e urla dei feriti, i bip delle apparecchiature ospedaliere). Micro­-tensioni fisiche ed emotive nascoste. Con silenzi prolungati, sofferti e assordanti, rotti all’improvviso da gesti banali che pesano come macigni (la sequenza con lo sforzo di Whip per non afferrare l’ennesima bottiglia).

Vale l’intero film la scena di dialogo in ospedale tra Whip, la bella tossicodipendente di cui si innamora e il giovane malato terminale di cancro. Dove il regista riesce a riflettere, nello spazio scarno di un sottoscala, con pungente ironia e dolorosa partecipazione al tempo stesso, con delicatezza e misura di toni esemplare, su dilemmi morali e misteri dell’esistenza: il conflitto tra caso e volontà di Dio, tra azione trasformativa dell’individuo, logiche di causa/effetto e destino pre-determinato da forze superiori. Whip non sembra credere né all’una ne all’altra cosa, affidandosi, come dice nel finale, solamente all’ “istinto”. Accettando la sua realtà precaria di uomo, fatta di forza dirompente ma soprattutto di fragile debolezza.

Chi ha il controllo sulla vita, sulle vite? Chi è che salva (o condanna) i passeggeri? È Whip o si tratta di un miracolo dal Cielo? Infine, la sola domanda che sembra contare: chi è il colpevole da sacrificare sull’altare della pubblica gogna? “Qualcuno deve pagare” è la frase che ricorre ossessivamente. In un’umanità egoista in cui ognuno pensa solo a salvare se stesso, Whip si chiama fuori: non vuole salvarsi e non vuole essere salvato. Solo così, dopo un’intera vita di bugie e dipendenze, sarà libero per la prima volta.

Un intrigante thriller ricco di sfumature. Da non perdere.

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