Tutti contro tutti

Regia: Rolando Ravello
Anno: 2013

Rolando Ravello per il suo debutto alla regia parte da una storia vera per raccontare le assurdità della società italiana.

Una famiglia della provincia romana si assenta da casa per presenziare alla comunione del figlio piccolo e la perde. Non la comunione: la casa. L’appartamento viene infatti occupato e la famiglia di Agostino (Ravello) si scontra con l’impossibilità – pratica ma anche legale – di sfrattare gli occupanti.

Tutti contro tutti è un’operazione dall’anima indubbiamente commerciale, ma a differenza degli ormai decadenti cinepanettoni e del genere da essi rappresentato, possiede una carica notevole nel mettere a nudo incoerenze sociali e il contrasto tra realtà e apparenza che regola quasi ogni aspetto della vita sociale.

L’espropriazione della casa diventa infatti un pretesto – come nelle migliori commedie italiane – per esplorare i vari microcosmi che si chiudono a cerchi concentrici intorno ai protagonisti.
Il primo e più piccolo è la famiglia. Padre, madre, due figli: un modello piuttosto tipico della nostra realtà, come tipiche sono anche le grandi difficoltà economiche che i due genitori devono affrontare per arrivare alla fine del mese. Uno dei lati positivi del personaggio di Ravello, però, è il suo desiderio di lottare contro tutte queste difficoltà per poter far avere alla sua famiglia ciò che essa merita. Questo è il tratto principale che delinea Agostino come un eroe oltre che un antieroe: se da un lato è un poveraccio che non riesce nemmeno a tenersi la casa (“Lo sanno tutti che non si lascia casa vuota!”), a mano a mano che il film procede, la sua lotta contro i mulini a vento, partita come una questione di principio, diventa una lotta d’amore per dare alla propria famiglia un tetto sulla testa. La dignità, tuttavia, è un valore da non perdere mai e, quando questo viene messo in discussione, nemmeno un contratto di lavoro e il relativo guadagno hanno più peso.

La famiglia di Agostino si allarga ad includere il cognato Sergio (Marco Giallini), la consorte e la relativa prole. Sarà proprio Sergio a offrire allo spettatore una visione ambivalente della famiglia in cui ci si aiuta ad ogni costo ma poi, davanti al proprio vantaggio, anche gli affetti possono passare in secondo piano.

Intorno al microcosmo familiare c’è il mondo della scuola, luogo in cui i conflitti e i turbamenti interni del figlio Lorenzo si esprimono in un’alterazione della rendita scolastica, e luogo in cui la figlia maggiore Enrica prende coscienza di sé e del mondo che la circonda, trasformandosi da cellulare-dipendente che vive di luce riflessa dal bello della scuola a ragazza che decide da sé le persone di cui circondarsi, compiendo scelte anti-popolari, come insito nel dna paterno.

Il condominio, di cui Ravello approfondisce soltanto pochi ma emblematici caratteri, è forse il microcosmo che più si presta a una interpretazione sociologica: luogo di cui vengono messe in evidenza le scorrettezze e le rivalità, ma che apre soprattutto il discorso all’interazione tra italiani e immigrati. Se infatti la sceneggiatura è costruita apparentemente per porre in difetto gli extra-comunitari del condominio (i vicini marocchini diffidenti, gli indiani che cucinano a qualsiasi ora), le parole di Agostino ricordano che “la casa me l’hanno occupata gli italiani, non gli stranieri”. E il “grande cattivo” è un italiano che rappresenta il peggio dell’italianità: l’indolenza, l’indifferenza, la criminalità, l’intolleranza verso il diverso.

È interessante allora il fatto che sia lui sia gli occupanti abusivi di casa vengano sconfitti con l’aiuto fondamentale dei due personaggi più piccoli del film.

Il film di Ravello è inscrivibile nel genere “commedia”, ma se da una parte tocca tematiche assai più profonde di quelle che appaiono in superficie, dall’altra è penalizzato, proprio nell’umorismo che dovrebbe suscitare, da una tempistica sbagliata nelle battute e da una recitazione troppo evidentemente orientata a suscitare la risata. In particolare il nonno Rocco, interpretato da Stefano Altieri, risulta irritante e fuori luogo proprio perché incentrato sulla macchietta e sulla gag, quasi sempre espresse con un eloquio volgare, mentre Ravello offre una prova di attore assai migliore quando mostra la fragilità, i dubbi e i tormenti del suo personaggio piuttosto che nelle gag, specialmente nella parte iniziale del film.

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