Cesare deve morire

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Regia: Paolo e Vittorio Taviani
Anno: 2012

Nel teatro del carcere romano di Rebibbia un gruppo di detenuti rappresenta l’ultimo atto del Giulio Cesare di W. Shakespeare. Così inizia Cesare deve Morire. La scena è quella di Bruto che chiede ai suoi compagni di essere ucciso con un pugnale. I colori sono forti, prevale il rosso, come il sangue del tradimento. Cala il sipario, il detenuti-attori tornano nelle celle.

La macchina da presa torna indietro, ad alcuni mesi prima, quando il direttore del carcere annuncia il progetto della rappresentazione, che sarà diretto dal regista teatrale Fabio Cavalli (che nel film interpreta se stesso e che scrive la sceneggiatura insieme ai fratelli Taviani).

Si entra nel Bianco e Nero: solenne, plastico, bellissimo, firmato dal direttore della fotografia Simone Zampagni. Ci sono i provini, con la scelta delle parti da assegnare: ergastolani, pluriomicidi, camorristi e ladri, sono i candidati. Una delle sequenze più toccanti della pellicola. Le parti sono affidate: Cassio (Cosimo Rega), Bruto (Salvatore Striano), Cesare (Giovanni Arcuri), Marcantonio (Antonio Frasca) Decio (J. Dario Bonetti), Lucio (Vincenzo Gallo).

Iniziano le prove, e il dramma shakespeariano prende vita nelle facce callose e delinquenti di questa umanità reclusa e dei suoi luoghi: le celle, il cortile, il refettorio. Tutto in dialetto, nei vari dialetti degli attori-detenuti (napoletano, siciliano, romano), in alcuni passaggi servono i sottotitoli.

Un esperimento dunque, un docufilm è stato definito. Ma Cesare deve morire è soprattutto una grandiosa raffigurazione poetica dove i temi del dramma shakespeariano, amicizia, onore, potere e tradimento, assumono una rinnovata espressività proprio perché si incarnano nelle voci e nelle vite stesse dei detenuti-attori, in una continua convergenza fra i personaggi e le persone, con i loro drammi tutti terreni, che sono gli stessi della poesia e che, proprio per questo, rendono la finzione unica e umanissima.

L’orazione di Marcantonio – celeberrima quella di Marlon Brando nel Julius Caesar diretto da Joseph L. Mankiewicz (1953) – qui recitata da Antonio Frasca in napoletano stretto, si svolge nel cortile del carcere di fronte al “popolo” acclamante, che sta dietro le sbarre delle prigioni.

La sapiente regia dei fratelli Taviani conduce lo spettatore, senza sbavature, con eleganza e rigore nel cuore di questa assimilazione fra la vicende di Bruto, Cassio e Cesare e le storie degli uomini di Rebibbia. Consegnando momenti di puro lirismo cinematografico nell’inquadratura in notturna dell’esterno del carcere, con i lumicini delle celle accese e le voci aree dei reclusi in sottofondo, che dicono i loro pensieri segreti, come parlassero alle stelle.

Salvatore Striano – ex detenuto, fa l’attore di professione, fra gli altri ha recitato in Gomorra (di Matteo Garrone, 2008) e in Gorbaciof (di Stefano Innocenti, 2010) – nel ruolo di Bruto offre la più intensa prova attoriale del film. Talento puro.

Il film è candidato agli Oscar 2013, per la sezione “miglior film straniero”. Ha già vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino 2012, e 5 premi al Donatello 2012: miglior film, miglior regia (Paolo e Vittorio Taviani), miglior produttore (Grazia Volpi), miglior montaggio (Roberto Perpignani) e miglior fonico di presa diretta (Benito Alchimede e Brando Mosca). Da non perdere.

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