Woody – A Documentary

Regia: Robert B. Weide
Anno: 2012

Immaginate la scena: panoramica generosa di un contesto urbano (meglio se architettonicamente proteso verso l’alto, meglio se di cemento, meglio se marcatamente americano), stacchi rapidi ma non nervosi tra una strada e l’altra, un riff rapsodico di clarinetto che addolcisce la spigolosità dei palazzi, la frenesia delle persone. E una voce in sottofondo: “Adorava New York”.

No. Quella non immaginatela.

L’incipit del documentario di Robert B. Weide, Woody (2012), rende infatti degno omaggio alle estatiche atmosfere “alleniane” sublimate nel perfetto e delicato Manhattan (Woody Allen, 1979) e riadattate all’ambiente europeo di Midnight in Paris (Woody Allen, 2011), con la medesima ebbrezza dell’estimatore più appassionato o l’incondizionata riverenza verso uno spirito illuminato. Si entra così nella vita e nella carriera artistica di uno dei geni più prolifici del panorama cinematografico, teatrale e televisivo. Una qualsiasi inclinazione voyeuristica viene scongiurata in favore di un ben più sobrio clima da album dei ricordi.

Ed eccolo lì il giovane Woody (al secolo Allan Stewart Koenigsberg) tra le strade di Brooklyn, eccolo l’aspirante comico che debutta al Blue Angel nel 1959, eccolo mentre prende le redini della sua carriera registica con Prendi i Soldi e Scappa (“Take the Money and Run”, Woody Allen 1969) dopo l’insoddisfacente sceneggiatura di Ciao Pussycat! (“What’s New, Pussycat?”, Clive Donner 1965). Si delinea quindi un percorso cronologico e, soprattutto, dialogico nel quale le dichiarazioni di parenti e colleghi o la galleria di immagini delineano un ritratto sincero e mai eccessivamente celebrativo. Fino al prossimo film, quello che deve essere ancora scritto, quello che, a detta di Allen, lo consacrerebbe pienamente.

Woody-A Documentary, presentato all’ultimo Festival di Cannes nella sezione Cannes Classics, è in realtà un documentario ben più lungo (180’) girato da Weide (Lenny Bruce-Swear to Tell the Truth, 1998; Curb your Enthusiasm, 2000; Star System-Se non ci sei non esisti, 2008) per il canale PBS all’interno del progetto American Masters che, dal 1986, realizza biografie sui personaggi più significativi del panorama culturale americano. Quello presentato però al Festival è una versione ridotta di 113’, incentrata sull’opera giovanile di Allen, che riassume in maniera forse troppo sbrigativa gli ultimi anni di carriera, da Match Point (2005) a To Rome with Love (2012), senza un’adeguata menzione a film come Hollywood Ending (2002), Anything Else (2003) o Melinda & Melinda (2004). Si profila quindi un lavoro estremamente minuzioso soprattutto nelle fasi iniziali, molto simile all’opera di un collezionista (in questo caso, collezionista di dichiarazioni, foto e testimonianze) che preferisce trattenersi più incisivamente sul “vecchio” perché considerato di maggior valore, invece che approfondire anche il nuovo, forse meno accattivante ma sicuramente irrinunciabile.

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Inoltre, la presenza attiva di Allen che  intervalla le scene costituendone un’efficace punteggiatura, guida l’occhio del documentarista senza possibilità di intrusione o di valicamento di un confine privato, senza che lo scandalo (come quello della relazione con la figlia adottiva Soon Yi) s’imponga nelle trame di un lavoro apertamente spinto dalla passione e dall’ammirazione da parte del suo realizzatore.

I personaggi della tragicomica vita alleniana sono molteplici: da Diane Keaton (Provaci ancora Sam!, Woody Allen 1972; Il Dormiglione, Woody Allen 1973; Amore e Guerra, Woody Allen 1975), che ricorda nostalgicamente gli scampoli di una relazione sentimental-artistica mai interrotta, a Josh Brolin (Melinda e Melinda, Woody Allen 2003; Non è un Paese per Vecchi, Joel e Ethan Coen 2007) e Naomi Watts (Mulholland Drive, David Lynch 2001; Funny Games, Michael Haneke 2007), che ripercorrono le fasi del loro Incontrerai l’Uomo dei tuoi Sogni (Woody Allen, 2011) con l’entusiastica consapevolezza di lavorare con una leggenda, un uomo fuori dal comune che spesso dichiarava: “No, inutile rifarla. Va bene così. E poi devo tornare a casa a vedere I Knicks!”. E ancora, Martin Landau (Crimini e Misfatti, Woody Allen 1989), Sean Penn (Accordi e Disaccordi, 1999), Penelope Cruz (Vicky Cristina Barcelona, Woody Allen 2008 ), Scarlett Johansson (Match Point, Woody Allen 2005; Scoop, Woody Allen 2006), per citarne alcuni.

Per quanto opere così biografiche ben s’addicano a estimatori più o meno appassionati del personaggio in questione, Woody – A Documentary, riesce a incuriosire anche i profani in materia. E incuriosisce perché mostra il genio fragile e quotidiano di Allen, mostra quelle manie psicotiche che tanto l’hanno reso famoso, quell’umorismo autentico e sardonico. Certo, una parentesi più ampia sull’influenza dei fratelli Marx o di Bergman non sarebbe guastata, ma, forse, avrebbe reso il tutto eccessivamente didascalico.

Come lui stesso dice: “I don’t want to achieve immortality through my work, I want to achieve it through not dying” (“Non voglio raggiungere l’immortalità col mio lavoro; voglio raggiungerla non morendo”). E probabilmente è quello che accadrà, metaforicamente parlando (nonostante la longevità della sua famiglia faccia ben sperare a riguardo). Accadrà perché 40 fulgidi anni di carriera sopravvivranno al logorio incessante della creatività artistico-intellettuale, all’atrofizzarsi di idee e discorsi sul mondo, alla sempre più radicata incapacità di ridere di se stessi, spesso confusa con la messa in ridicolo.

Se è vero che “la bellezza salverà il mondo”, Woody Allen le sta certamente dando una mano.

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