Tutti i santi giorni

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Regia: Paolo Virzì
Anno: 2012

Un triste e scanzonato percorso per rinunciare al mestiere di genitore.

Lui, un raffinato intellettuale d’altri tempi, calato nei panni del portiere notturno di un hotel; lei, una scapestrata ed eccentrica cantante, che veste gli abiti, forse un pò stretti, dell’impiegata in un autonoleggio. Antonia (Federica Johanna Victoria) e Guido (Luca Marinelli), una siciliana e un toscano trapiantati in una Roma di periferia, due sinceri innamorati che combinano sapientemente le loro diversità in virtù del loro amore. Un ecosistema perfetto a cui manca la tenera presenza di un figlio. Un microcosmo che dovrà sentire i contraccolpi della vita, per trovare un rinnovato equilibrio.

L’ultimo film di Paolo Virzì, Tutti i Santi giorni (2012), tocca un’importante problematica che lacera, dall’interno, il tessuto emozionale delle coppie più o meno longeve: l’estenuante ricerca di un figlio che stenta ad arrivare. Il regista livornese dopo aver affrontato, con gelido disincanto, in Tutta la vita davanti (2008), la scottante piaga sociale del giovane precariato italiano, si sofferma adesso, con lo stesso piglio realistico, sulle viscerali debolezze del medesimo ceto medio, immortalate dallo sguardo innamorato e tremante di due trentenni.

Il tessuto umano, sul quale il cineasta punta l’obiettivo, è ancora quello trasognato dei giovani italiani; giovani che, a dispetto delle proprie attitudini, sono costretti a un’esistenza mediocre e gretta e che, per poter arrivare a fine mese, tramutano le irrinunciabili passioni in hobby trascurabili. Marta, protagonista di Tutta una vita davanti, abbandona la carriera accademica ed editoriale, nonostante la laurea in filosofia, per inseguire il certo iter professionale del call – center; Guido, dottore in lettere, lavora alla reception di un hotel ritagliando gli istanti da dedicare alle opere latine, di autori proto-cristiani, ai fugaci tragitti in metropolitana; Antonia, invece, sacrifica la levatura cantautoriale per fare spazio al mestiere dell’impiegata, ritrovandosi a interpretare le melodie di PJ Harvey in discutibili contesti accidentali.

Nella vicenda raccontata sembra lontana l’eco, poetica e gentile, di La prima cosa bella (2010), seppur gli stilemi situazionali e descrittivi permangano identici. Il greve compito di raccontare vicende latrici di drammi, viene mitigato e stemperato da tocchi lievi e da un sorriso, talvolta amaro, che il regista italiano è in grado d’imprimere sul volto di chi osserva.

La sterilità dei due amanti, esclusi dal mondo genitoriale, diviene incessante e nevrotica ricerca di equilibri che stentano a costruirsi; l’ostinatezza ossessiva che, tutti i santi giorni, si concreta nei freddi tentativi di concepimento, culmina con un inaridimento emotivo dei due personaggi: ciechi spettatori di un destino imposto dai cliché della società.

La forza consiste nella rinuncia, non sempre nella perseveranza al raggiungimento di uno scopo; il coraggio sta nella capacità di frugare tra le proprie debolezze per scoprire e dare un nuovo senso alle cose; non poter esser madre o padre, non significa non poter regalare un significato altro e altrettanto degno al proprio binomio amoroso

Le musiche che accentano il film, posseggono la forza malinconica delle sonorità di PJ Harvey e dei Blonde Redhead, rintocchi che accompagnano i solitari tragitti dei due abitudinari protagonisti, che s’incrociano all’alba.

Lui, sagoma costruita ad hoc sui personaggi sveviani, desta il nuovo giorno giungendo al letto di lei con una tazza di caffè, un piccolo vassoio di biscotti e la breve cronistoria del martirio di un Santo. Antonia accoglie invece, ogni mattina, nel proprio letto di passione, con un cucchiaino di sconsideratezza Guido, amato dotto d’altri tempi, regalandogli il battito della concretezza.

Quella raccontata da Virzì è la delicata vicenda sentimentale di un uomo e una donna, che imparano a convivere con la propria impotenza generativa, scendendo al duro compromesso del mestiere di vivere.

Da vedere.

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