Viva la libertà

Regia: Roberto Andò
Anno: 2013

Siamo in Italia e il tempo è l’oggi. Enrico Olivieri (Tony Servillo) è il segretario del principale partito di opposizione. Una delegata, in occasione del congresso del partito, lo contesta apertamente, accusandolo di  fallimento. I sondaggi, analizzati in tesissime riunioni di direzione, dicono la caduta dei consensi. Enrico Olivieri è visibilmente depresso, non ha risposte.

Un sera, nell’oscurità della notte e dell’anima, lascia la sua casa e fugge a Parigi senza dire niente a nessuno. C’è solo una lettera lasciata sul pianoforte, per il suo assistente Bottini (Valerio Mastrandrea) con la scusa da addurre al partito: un improvviso malore, solo qualche giorno di convalescenza.

A Parigi Enrico raggiunge Danielle (Valeria Bruni Tedeschi), un suo vecchio amore (in realtà mai finito). Lei vive lì con la sua famiglia facendo la segretaria di edizione per una produzione cinematografica. Accoglie con dolcezza quest’uomo fuggito da un’impasse, ma anche animato da uno spirito di vendetta verso si suoi “Voglio vedere come si mettono senza di me” confessa una sera a Danielle.

Intanto a Roma il Bottini – sapientemente reso da Mastrandrea, grigio e burocratico funzionario di partito – non sa cosa fare. Non riesce più a sostenere la bugia con la nomenklatura interna, che preme per parlare con il segretario.

Ultimo tentativo del Bottini è andare alla ricerca del fratello del segretario, un vecchio professore, per riuscire a capire dove può essersi cacciato. E qui parte il film. Il fratello Giovanni è un gemello, perfettamente somigliante ad Enrico. I due decidono per l’extrema ratio: sostituzione fisica. Finchè Enrico non tornerà, sarà il gemello a ricoprire i panni del segretario latitante.

Giovanni in realtà è appena uscito da un clinica psichiatrica. Insomma è un mezzo matto che si tiene in equilibrio con potenti psicofarmaci. Ma soprattutto è un poeta.

E saranno la poesia e la pazzia a riconsegnare al partito e al suo popolo un nuovo (il vero) leader, una rinnovata passione, in una finzione che molto assomiglia alla realtà che tutti desiderano. Il leader finto (il matto) stravolge tutti il linguaggi, i format ingrigiti, le parole vuote, e parla dritto al cuore dei suoi elettori. I sondaggi crescono, “stavolta vinciamo” è la battuta clou, sottolineata dalla basita dichiarazione del Bottini-Mastrandrea al poeta pazzo Uno come lei io lo voterei”. E quindi la piazza di nuovo piena. Non una piazza qualsiasi; ma “La piazza”, cioè San Giovanni a Roma.

Insomma un film drammaticamente, puntualmente attuale; anzi l’inquietante tempestività dell’uscita, così a ridosso dell’esito elettorale, crea in platea uno strano senso di immedesimazione fra il pubblico e i personaggi dello schermo, che serpeggia sonoramente in sala.

Perchè – usando il linguaggio del marketing –  “Viva la Libertà” è un prodotto decisamente targettizzato. Nel senso che ha un pubblico di riferimento preciso ed inequivocabile. Ed è il dilaniato popolo del centro-sinistra italiano e del partito democratico. I riferimenti, anche visivi, sono talmente espliciti da risultare quasi didascalici. Le word cloud che campeggiano nei manifesti elettorali, le ambientazioni, i colori, le tipologie di persone: tutto rimanda lì.

Questo film racconta il dramma di un partito politico che ha (ha avuto) paura di vincere.

Il regista appoggia il messaggio su un registro narrativo di tipo letterario  – la finzione, l’equivoco, la doppiezza – espedienti comici per rappresentare con amara ironia un pezzo di questo paese, e forse lo spirito di un’epoca.

Tutto ovviamente poggia sulla bravura di Tony Servillo che nel gioco della doppiezza dei personaggi, il depresso e il poeta pazzo, dimostra ancora una volta di essere fra i nostri più grandi interpreti. La regia di Roberto Andò – siciliano, amico di Sciascia, di Francesco Rosi e di Fellini – è più teatrale che cinematografica, senza soluzioni formali rimarchevoli, tutto è focalizzato sul soggetto e sull’attore.

E proprio nella caratterizzazione dei due personaggi Servillo costruisce la figura umana e collettiva dell’oggi: ciò che siamo, ciò che sogniamo di essere, ciò che avremmo voluto-potuto essere. Il pubblico che guarda film, si identifica, sa che si sta parlando di “lui” dello spettatore-elettore di quest’Italia 2013. Da vedere.

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