Tra cinque minuti in scena

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Regia:tra-cinque-minuti-in-scena-opera-prima-di-laura-chiossone2 Laura Chiossone
Anno: 2012

Una figlia, si prende pazientemente cura della propria madre giorno dopo giorno. L’anziana signora ormai incapace di badare a se stessa, occupa la maggior parte del tempo libero della protagonista che trova sfogo solo nell’arte teatrale, alla quale era stata iniziata dalla stessa quando era solo una bambina. Il gruppo con il quale lavora ha deciso di inscenare l’opera prima di un giovane regista timido ed inesperto: la storia di una signora alle prese con la madre ormai andata via di testa. Le situazioni di vita reale finiranno inevitabilmente per incrociarsi con la messa in scena teatrale.

Sapere del fruttuoso passato della regista nel mondo della pubblicità e del videoclip musicale non è assolutamente un aspetto da tralasciare. Una gavetta che obbliga una metodologia di studio e d’approccio al soggetto ed alla sceneggiatura totalmente differente rispetto a quella su un lungometraggio. La mise en scene vera e propria ha condizionato la giovane regista che in alcuni punti della narrazione avvolge lo scorrere dei fatti con un alone d’attesa. Un’attesa non dedita allo svolgimento dei fatti o che punta sulla dilatazione spazio – temporale; ma apparentemente fine a se stessa. Volendo dirla beckettianamente: un’attesa che interroga i protagonisti, e di conseguenza il pubblico, circa un qualcosa che si continua ad attendere invano. Senza mai arrivare. L’atmosfera, per questo motivo, scorre in un’atmosfera di parziale insoddisfazione.

Discorso valido riguardo l’utilizzo di musiche tra-5-minuti-in-scenaextra – diegetiche che distolgono l’attenzione dello spettatore verso le immagini proiettate. L’utilizzo stesso di una musica in lingua straniera svia dalle affascinanti dispute in dialetto milanese di cui sono solite discorre madre e figlia all’interno delle quattro pareti casalinghe. Momenti di assoluto valore. A detta della regista l’utilizzo di questo tipo di colonna sonora è stato impiegato solo al fine di aprire il prodotto ad un pubblico giovanile e non elitario (dato il tema).

La regista dimostra abilità, nonostante tutto, nell’utilizzo degli attori a partire dalle due protagoniste femminili, fino alla creazione di uno scenario cittadino milanese quasi totalmente inedito. L’assenza delle caratteristiche metropolitane tipiche di una città come quella del capoluogo lombardo, ricordano all’occhio del cinefilo, oltre alla periferia underground di una Berlino a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, anche la visione di scenari che rimandano, seppur indirettamente, spoglie periferie bavaresi e del sobborgo industriale che caratterizzarono le opere di Fassbinder e Kluge. La Coletti si muove lungo strade vuote e impregnate di un grigiore che si abbina perfettamente alla sconsolata malinconia del suo stato d’animo.

I momenti più intensi sono, senza ombra di dubbio, quelli consumati in casa tra le due protagoniste. Al contrario dell’analisi morale e sentimentale effettuata da Haneke nella sua ultima opera (Amour, 2012), in cui imperava la ricerca di un dramma familiare portato ai massimi livelli di un’esistenza sentimentale, la Chiossone (che afferma di amare il regista austriaco come spettatrice, ma differisce da lui come regista) preferisce lasciare spazio ad un vero e proprio elogio della gioia e della forza umana. L’esaltazione e valorizzazione di un corpo ormai vicino al tracollo come quello dell’anziana protagonista. Una madre, ormai fisicamente incapace di badare a se stessa ed una figlia che con dedizione ogni giorno si prende cura di lei. La figlia lascia trapelare alle volte un rapporto d’amore e frustrazione nei momenti in cui la madre rivive, con sofferenza, ogni gesto quotidiano (seppur apparentemente ininfluente) come la cosa più importante della stessa esistenza umana.
L’assenza di tutte quelle cose alle quali si tiene conto solamente quando vengono a mancare. Come fare la pipì. Emblematica e surreale scena da entrambe magistralmente recitata.

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