Amour

Regia: Michael Haneke
Anno: 2012

Una coppia di ottuagenari che ancora si amano con tenerezza viene colpita dalla malattia: lui decide di assistere lei, amorevolmente, fino alla morte.

Il regista austriaco Michael Haneke, dopo aver dipinto le crudeltà della borghesia prefascista mitteleuropea in Il Nastro bianco (Palma d’oro al Festival di Cannes nel 2009)  torna ai giorni nostri per rappresentare una storia d’amore con la A maiuscola, senza disdegnare qualche sagace critica alla borghesia odierna, aggiudicandosi ancora una volta il prestigiosissimo riconoscimento.

Anche uno dei due attori principali è stato premiato a Cannes, proprio come accadeva undici anni fa con la protagonista de La pianista (“La pianiste”, 2001) Isabelle Huppert, qui alla sua terza collaborazione con Haneke. La sessantacinquesima edizione del festival ha premiato l’ottantaduenne Jean-Louis Trintignant, ma la giuria presieduta da Nanni Moretti ha sottolineato che nell’assegnazione del premio al film è stato fondamentale il contributo di entrambi i protagonisti. Nella parte della moglie amorevolmente accudita l’ottantacinquenne Emmanuelle Riva offre in effetti una delle performance più strazianti della storia del cinema, a cinquantatre anni da quel Hiroshima mon amour (Alain Resnais, 1959) che lanciò la sua carriera e la Nouvelle Vague.

Il regista austriaco si avvale di queste due straordinarie performance per condurci in una dolorosa storia di vecchiaia e malattia, raccontata con il suo usuale stile lucido e freddo che obbliga lo spettatore ad assistere alla violenza messa in atto. In questo caso assistiamo al deperimento fisico e mentale della co-protagonista, reso ancor più insostenibile dai lunghi piani fissi e dai tempi dilatati.
Lo spettatore del resto non è abituato a tali incursioni nel mondo della vecchiaia e in quello della malattia e con questa scelta tematica Haneke si mostra ancora una volta audace e coerente con la propria filmografia, costellata di scene di violenza fisica (autolesionismo, suicidi, omicidi). Amour quindi aggiunge un capitolo importante al ciclo di violenze portate sullo schermo dal regista austriaco mettendo in scena una nuova esplorazione delle infinite strade del male, che per una volta non si nascondono in patologie o gesta criminali, ma nella semplicità della malattia fisica, altrettanto devastante per chi ne è colpito e per chi circonda l’ammalato.

Il regista trasmette mirabilmente questo senso di devastazione da cui lo spettatore è  alleggerito con i siparietti che Trintignant ha con altri personaggi, che si rivelano però altrettanto duri nella loro aspra critica alla società d’oggi e ai suoi meccanismi. Isabelle Huppert, nei panni della figlia della coppia, è il perfetto esempio della borghese materialista e insofferente, incapace di vedere oltre la superficie. L’altrettanto indifferente infermiera è l’incarnazione del danno che arrecano l’ incompetenza e la noncuranza.

Questa lucida descrizione dei rapporti umani è accompagnata però da sceneggiatura e regia fin troppo lineari, che si allontanano dai colpi di scena dei film precedenti. Anche dal punto di vista visivo il film è molto semplice, con un montaggio quasi impercettibile e una fotografia realistica e asciutta che ben si adatta allo stile del regista ma che si allontana molto da quella de Il nastro bianco, il cui fascino risiedeva anche nella sontuosa fotografia in bianco e nero.

Quindi se da un lato il film accontenta i sostenitori del regista per la fedeltà a stili e tematiche a lui care, per gli altri spettatori la visione potrebbe rivelarsi un’insostenibile esibizione della sofferenza umana, a discapito di un incipit superbo che sembrava accompagnarci nella vita quotidiana di due deliziosi e innamorati ottuagenari.

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