The possession

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Regia: Ole Bornedal
Anno: 2012

Una ragazzina acquista a una svendita di roba vecchia una scatola di legno. Quando riesce ad aprirla, lo spirito dybbuk che vi è rinchiuso si impossessa lentamente di lei, alterandole l’umore e il comportamento. Inutile la medicina: la via della salvezza è la religione. Il padre cerca allora aiuto nella comunità ebraica ortodossa alla ricerca di qualcuno che offici l’esorcismo adatto.

Consapevole di avere tra le mani una materia esplosiva, il regista danese Ole Bornedal (Vikarien, 2008; Deliver us from Evil, 2009) non fa mistero di conoscere le regole del gioco, mostra chiaramente le sue fonti di ispirazione cinematografiche e ci regala omaggi e citazioni riconoscibili.

La sequenza d’apertura richiama (alludendovi espressamente) una delle più celebri scene de L’Esorcista (William Friedkin, 1979) e si rinvengono qua e là ammiccamenti sia a classici del genere come Phenomena (Dario Argento, 1985) sia a fenomeni recenti come la trilogia inaugurata da Paranormal Activity (Oren Peli, 2007) – in particolare al terzo episodio (Ariel Schulman e Henry Joost, 2011) – che sarà a breve arricchita dall’uscita nelle sale dell’episodio numero 4.
Bornedal richiama la sua fimografica precendente (The Nightwatch – Il guardiano di notte, 1997), evidente soprattutto nella fotografia e nell’abbondanza di luce al neon della parte del film ambientata nell’ospedale, in particolare (ovviamente) nell’obitorio.

La trama di per sé non è molto originale: ormai le storie di spiriti e possessioni demoniache costituiscono un vero e proprio genere all’interno della macro-categoria horror.
Questo forse spiega l’abbondanza di cliché e di riferimenti presenti in questa pellicola, un tentativo di rinvigorire la materia di base.
Chiari i riferimenti di fondo del film, dunque, sia per il regista sia per lo spettatore.

Il problema arriva dopo, quando ci si aspetta che un tale sfoggio di cultura cinematografica, unito a un sapiente crescendo della tensione drammatica, porti a qualche innovazione all’interno del genere, o quantomeno a un rimescolamento delle carte in tavola, o anche solo a un thrilling che tenga attaccati alla poltrona e che porti noi spettatori a temere di spegnere la luce andando a letto…

Questo film si limita semplicemente a unire diversi elementi thriller-horror per costruire una storia che purtroppo non dice nulla di nuovo: non basta infatti il cambiamento delle coordinate religiose (dal cattolicesimo all’ebraismo) per re-inventare il genere.

Ma soprattutto The possession non fa nemmeno paura, visto che i colpi di scena sono sempre preparati o da silenzi troppo innaturali o da un crescendo di musica troppo assordante.

Eppure nella parte iniziale del film gli ingredienti per confezionare un prodotto discreto erano stati messi sul tavolo: la disperazione della donna a letto che vede dalla finestra la bambina con il funesto acquisto; il dialogo tra le due sorelle in cui Emily (Natasha Calis) confessa di non “sentirsi se stessa”; l’attore protagonista Jeffrey Dean Morgan, già visto in Watchmen (Zack Snyder, 2009) e Motel Woodstock (Ang Lee, 2009) perfettamente calato nella parte; effetti visivi accattivanti e trovate intriganti come il vento che cresce o smette di soffiare a seconda di chi apre (o cerca di aprire) la scatola.

Poi però, nella sceneggiatura di Juliet Snowden e Stiles White, irrompe la banalità, a cominciare dalla situazione familiare con il padre buono-ma-assente e il nuovo compagno della madre (insulso, ma onnipresente), che è ormai tipico contesto da horror per adolescenti.

Il genere horror, come tutto il cinema, riflette in un certo modo un sentire e un sentirsi della società: che un’abbondanza di splatterismi, vampiri, invasioni aliene e possessioni demoniache sia un segno di un generale malessere dei nostri tempi non è una novità.
Resta il fatto che lo spettatore è ormai abbastanza consapevole da poter comprendere questi collegamenti (e quindi la metafora che sta dietro ogni horror) e trova perciò prolisso il continuo giustificare gli strani comportamenti di Emily con la questione del divorzio dei genitori.

Il demone dello sgretolamento familiare è certamente un pericolo per la società contemporanea e così alla fine la famigliola si ricompone. Del resto, non vengono offerti approfondimenti al destino di Brett (Grant Show), che scompare dopo l’attacco del demone in quello che sembra proprio un buco di sceneggiatura.

In parte il fallimento di questo film risiede nella volontà di rendere esplicito e visibile ciò che sarebbe meglio restasse implicito e invisibile; ma nell’era dell’iper-visione tutto è in mostra, anche ciò che è superfluo.

Oltre al già menzionato esempio tematico (la manifestazione di uno spirito come veicolo dell’espressione del disagio giovanile verso una situazione familiare negativa), la visualizzazione del dybbuk nel suo cammino verso la scatola contribuisce enormemente a un calo – e non a una crescita – di tensione. Lo spirito è mostrato quando è praticamente sconfitto, esattamente come il volto della bambina è mostrato sfigurato senza che poi a ciò segua un accadimento rilevante sul piano narrativo.

Sul piano registico, tuttavia, bisogna ammettere che Bornedal sa posizionare e muovere la macchina da presa in modo molto efficace: le angolazioni scelte per mostrare i riflessi negli specchi e i movimenti di macchina circolari sia a raso terra sia sopra i personaggi rappresentano forse l’elemento più interessante della pellicola.

Da appassionato del genere, dunque, mi ritrovo costretto a  non consigliarvi la visione di questo film.

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Laureato in "Storia e critica del cinema" al DAMS di Bologna e specializzatosi nella stessa Università in "Cinema, televisione e produzione multimediale", delinea la sua attività professionale nell'ambito del videomaking e della critica cinematografica. In qualità di critico cinematografico, dopo aver scritto per "Il Melegnanese" e "Microonde", è ora redattore e supervisore di Cinemacritico.it, prosegue con la rubrica di videorecensioni "Scelto per voi" da lui ideata per la webtv di Melegnano (www.melegnano.tv) e pubblica articoli e recensioni di film, serie tv, libri e spettacoli teatrali sul suo blog (www.myplaceintheweb.wordpress.com). Come regista ha realizzato il video con Valentina Cortese "Magnificat", uno spettacolo di poesia e musica su testi di Alda Merini. Oltre a realizzare riprese e montaggi di video di varia natura, si sta specializzando in prodotti fortemente legati all'ambito musicale: un documentario sul Primo Corso Internazionale di Musica Antica tenuto a Tel Aviv nel 2010, alcuni videoclip (è il regista ufficiale dei video dell’ensemble Polypop e ha collaborato con il James Thompson Project), promo e video di spettacoli e concerti. Diversi suoi lavori sono visibili sul suo canale youtube, "Alessandro Guatti” e sull'omonimo canale Vimeo.

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