Quello che so sull’amore

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Regia: Gabriele Muccino
Anno: 2013

So di non sapere nulla sull’amore! Questo il probabile approdo a cui giunge il cast stellare dell’ultimo film di Gabriele Muccino.

Lui dell’amore conosce poco. Tremanti tratti sulla tela di un’esistenza sotto i riflettori della notorietà. Dell’amore conosce  l’ombra. L’adrenalina della passione, ma non la persistenza del sentimento. Dell’amore conosce gli adolescenziali indizi. Intraprende il cammino dell’affettività, arrestandosi sulla soglia della maturità emozionale. Dell’amore conosce soltanto l’amor di sé. Cura del proprio ego e dimenticanza dell’io speculare: il figlio!

George (Jerard Butler) era un calciatore sulla cresta dell’onda europea. Una moglie attraente, un bambino adorabile, opulenza e infinita agiatezza. Un’indole leggera e una traviata noncuranza lo conducono alla distruzione del proprio matrimonio. Il fato giustiziere fa pagare, però, un ingrato pegno: la repentina interruzione della brillante carriera a causa d’uno sventurato infortunio. Da ora innanzi è la conversione. Un riflusso alle origini. Uno sguardo a ritroso volto a scovare, nel buio del passato, la germinale certezza della famiglia ormai perduta.

Rinvenire il bandolo della matassa, sciogliere e stemperare il dolore acuto dell’abbandono, sanare le lacerazioni e le piaghe dell’assenza: queste le fatiche erculee a cui è sottoposto il protagonista della pièce cinematografica. Tutto è cambiato. Stacie (Jessica Biel) sta per congiungersi a nuove nozze con Matt (James Tupper) e Lewis (Noah Lomax) non riconosce più la fisionomia del padre.

Semplice, troppo semplice è la caduta libera verso il baratro dell’errore. Irta e implacabile è la risalita che conduce alla meta chiamata perdono!

Per uscire trionfatore da quest’ultimo e inesorabile match, per apparir vincitore credibile dinanzi all’arbitrio impenitente del figlio, per mostrar le proprie inimitabili attitudini educative non può, invero, non attingere dal proprio humus formativo: lo sport. Non genitore, al principio, ma allenatore di calcio e di vita per una discesa che scorge, forse, un’inattesa sintonia familiare.

Un cast stellare imperla l’ultima fatica di Gabriele Muccino, una teoria di presenze hollywoodiane indora il contenuto gracile di Quello che so sull’amore (Playing for Keeps2013), una fissità dell’ordito che riesce a rendere smunti persino i volti navigati del cinema transoceanico.

Denise (Catherine Zeta-Jones), Barb (Judy Greer), Patty (Uma Thurman), appaiono come anonime marionette, esseri svuotati di spessore psicologico, sagome intrise nella coltre uniformante della tipizzazione caratteriale. Sono donne di cui viene drasticamente ignorato l’alveo emotivo votate, in realtà, all’unico e banalizzante compito distraente del primo interprete della pellicola. Tre veline all’americana, corrette dal miracoloso smalto botox, madri tanto benestanti quanto insoddisfatte, disadorne nella loro interiorità, vibranti nella carica ormonale e smosse dal solo impeto estrogenico verso un unico obiettivo: la conquista di una notte di sesso con George!

Il regista abbandona la marca stilistica dei precedenti lungometraggi. La sua opera non racconta più l’idea del tragico dell’esistenza, non sottolinea il dilemma decisionale del genere umano incapace d’impugnare l’ascia incontrovertibile della scelta.

quello-che-so-sullamore-gerard-butler-foto-dal-film-1_midLontano è il ricordo dell’ansimante sequenzialità dialogica e diegetica che caratterizza la prosa de L’ultimo bacio (2001); l’autore ha impallidito l’inquietudine e l’ansia dei suoi personaggi, ha stroncato la loro inattitudine alla quotidianità e la loro inettitudine viscerale; non parla più il male di vivere dell’uomo, bensì il proposito a viver bene: la falce livellatrice e omologante coglie i suoi geometrici frutti. L’insoddisfazione endemica, la paura per un domani fosco, il truce morbo disgregante del tradimento di Ricordati di me (2003) vengono, adesso, sostituiti dalla normalizzante e serena certezza dell’happy end.

Il topos mucciniano della disoccupazione e dell’insoddisfazione lavorativa, tema portante de La ricerca della felicità (The Pursuit of Happyness, 2006) perde, ora, di pregnanza e drammaticità per divenire un fatuo motivo perturbante, affrontato con straziante superficialità e anacronismo. Solo quel lirismo intimistico e lieve, che legava Chris (Will Smith) e Christopher (Jaden Smith), si rintraccia nel sentimento ingenuo, acerbo e, nel contempo, inossidabile che stringe George e Lewis.

Probabilmente l’aitante padre, signore indiscusso del lungometraggio del regista italiano trapiantato nell’industria americana, continua ancora a chiedersi, tra un tiro in porta e una notte brava, cosa realmente sappia dell’amore!

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