Love Is All You Need

Regia: Susanne Bier
Anno: 2012

Philip è un ricco imprenditore inglese che, persa la moglie anni prima in un incidente, si è estraniato dalla vita. Ida è una bella parrucchiera di Copenaghen che ha appena sconfitto un tumore al seno, quando scopre che il marito la tradisce già da tempo con una giovane segretaria. I due si incontrano per la prima volta in aeroporto, scoprendo di essere entrambi diretti in Italia, allo stesso matrimonio: quello dei loro figli. Maltrattati dalla vita e dall’amore, riusciranno Philip e Ida a far breccia l’uno nel cuore dell’altra?

Dopo l’intenso dramma di In un mondo migliore (“In A Better World”, 2010), premio Oscar come miglior film straniero nel 2011, la talentuosa regista danese Susanne Bier con Love Is All You Need vira verso la commedia romantica. Ma lo fa in modo sostanzialmente atipico. Rovesciando e allontanandosi dai canoni hollywoodiani (il wedding party festoso, l’esotica vacanza amorosa) proprio nel momento in cui sembra accostarsene.

La Bier, infatti, prima ritrae la suggestiva cornice del golfo di Sorrento, sulle note allegramente spensierate di That’s Amore di Dean Martin. Dipingendo un armonioso e solare acquerello da cartolina (la rustica vita del borgo, con pescatori e vecchi artigiani, campane a festa, albe e rossi tramonti sul mare, effusioni di giovani innamorati).

Ma presto imbratta la tela, annacquandola e sporcandola di macchie livide, forse indelebili: crisi affettive, dolori e dubbi esistenziali. Abbandoni, gelosie e tradimenti. Sentimenti ambigui e incerti. Passioni nascoste, rancori e violente liti tra parenti.

È lo sfaldamento della famiglia: un quadro decisamente sbilenco e deformato di grottesche caricature umane (“Guardalo: sembra un quadro di Lucian Freud” dice la cognata di Philip parlando del rozzo marito di Ida).

L’autrice rappresenta con un tocco di amarezza lo love-is-all-you-need-1svuotamento delle relazioni. Mentre gli invitati al matrimonio credono di celebrare la gioia dell’amore coniugale, stanno in realtà certificandone il lutto. Cosicché il lieto e tanto atteso evento si trasforma, nello smarrimento generale, in un’inutile e caotica farsa.

Il trait d’union che attraversa tutte le problematiche storie dei personaggi è, manco a dirlo, l’Amore. “L’unica cosa che non riceviamo mai abbastanza. L’unica cosa che non diamo mai abbastanza” (è la citazione di Henry Miller richiamata durante una cena).

Amore perduto e dimenticato (è il caso di Philip, un dolente Pierce Brosnan, fascinoso e impenetrabile). Amore disperso, sprecato e svilito (Ida, Trine Dyrholm, attrice-feticcio della Bier). Amore represso e trattenuto (ancora Philip, il figlio Patrick e il giovane scugnizzo omosessuale). Amore inseguito con ardore ma puntualmente tradito (la zia Benedikte che tenta inutilmente di sedurre Philip). Amore incupito ed esitante, che forse amore non è (i giovani sposini Patrick e Astrid). Amore timido e guardingo, che stenta a sbocciare (Philip e Ida).

Più ancora che sui travagli d’amore però, la Bier riflette con raggelante malinconia sull’affievolirsi della capacità di esprimere i sentimenti. Sulle difficoltà di aprirsi alla loro libera condivisione con l’altro/a.

Sia che si tratti di elaborare un lutto, una perdita, una malattia (tema costante della regista, da Open Hearts, “Elsker dig for Evigt”, 2002, Non desiderare la donna d’altri, “Brodre/Brothers”, 2004, fino a Noi due sconosciuti, “Things We Lost in the Fire”, 2007). Sia che si tratti di vincere le resistenze ad innamorarsi, per riavvicinarsi alle gioie e agli affetti (altro motivo tipico della Bier già esplorato in Dopo il matrimonio, “Efter Brylluppet”, 2006).

Sotto i riflettori ci sono la fragilità e la paura di mostrarsi nudi, vulnerabili, deboli e senza difese, dopo che si è affrontato un terribile trauma. Philip occulta i suoi sentimenti, soffocati dietro un’irremovibile scorza di impassibilità ai palpiti del cuore. Ida nasconde i segni corporei delle terapie contro il cancro (la cicatrice sul seno, la testa calva).

Molto toccante la sequenza in cui la donna si spoglia di tutto (parrucca bionda compresa) per nuotare libera e solitaria nelle acque del golfo, poi dolcemente aiutata a rivestirsi da Philip.

La regia rifugge alcuni accorgimenti da film drammatico. Nessun flashback a mostrarci la tragica morte della moglie di Philip e la sua convivenza con il dolore. Nessuna immagine che illustri le sofferenze e la dura lotta di Ida contro la malattia.

Il passato tormentato affiora quando, nell’intimità della solitudine, si volge uno sguardo introspettivo verso se stessi (Ida che osserva più volte allo specchio il viso pallido e la testa pelata). Quando si scava dentro sè, nei propri ricordi (Philip intento a rimirare in silenzio, con malcelata tristezza, le stanze vuote della villa in cui consumò il suo grande amore).

Un pò abusato è invece l’impiego del bosco degli agrumi come luogo dell’idillio di Ida e Philip in mezzo alla natura.

Una sincera commedia sentimentale, che effonde tenerezza e ottimismo per la vita anche nei momenti più drammatici.

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