La pianista

Regia: Michael Haneke
Anno:
2001

“Io non ho sentimenti, e anche se ne avessi per un giorno non prevarranno mai sulla mia intelligenza.”

In concorso al 54° Festival di Cannes, La Pianista di Michael Haneke vinse il Grand Premio Speciale della Giuria, il premio per la miglior interpretazione femminile (Isabelle Huppert) e quello per la migliore interpretazione maschile (Benoît Magimel); quell’anno, l’ormai lontano 2001, la concorrenza a Cannes fu spietata e la pellicola di Haneke si affiancò a produzioni di grande rilievo come La stanza del figlio di Nanni Moretti (vincitore della Palma d’oro), L’uomo che non c’era di Joel e Ethan Coen e Mullholland Drive di David Lynch (entrambi vincitori ex-aequo del premio alla miglior regia).
Il regista austriaco, dopo una serie di candidature e secondi posti, conquistò l’ambito primo premio a Cannes nel 2009 con Il nastro bianco, replicando nel 2012 con Amour, che vede tra i protagonisti la stessa Huppert.

La pianista è stata senza alcun dubbio un’opera fortunata per chi vi ha messo mano, non solo per Haneke, ma anche per la sua madre naturale, Elfriede Jelinek, che con questo romanzo volò dritta verso il Nobel per la letteratura nel 2004, vincita accompagnata da queste parole: «Per il fluire musicale di canto e contro-canto nei romanzi e nei drammi che con straordinario ardore linguistico rivelano l’assurdità del cliché della società contemporanea e il loro potere soggiogante».

La storia è quella di Erika Kohut (Isabelle Huppert), stimata insegnante di pianoforte al conservatorio di Vienna. Erika vive con la madre, nonostante i suoi quarant’anni e forse più, non ha un compagno, non ha amici e tutta la sua esistenza è dedita all’insegnamento della musica, alle messe di Schubert, ai notturni di Chopin, alle fughe di Bach.
Ma la pianista ha una seconda vita, molto lontana dalle pulite e caste armonie musicali che riproduce: nella strada tra il conservatorio e casa, Erika si trasforma in una fredda osservatrice di amplessi casuali, una guardona impassibile di momenti privati. La sua pulsione voyeuristica non si ferma davanti a niente, nemmeno davanti alla vergogna di poter essere vista a sua volta.
Questa solitaria routine sessuale viene spezzata dall’incontro con Walter, un giovane studente di pianoforte, bello e talentuoso, con il quale instaura un rapporto sentimentale morboso. La violenza psicologica che caratterizza la relazione, il gioco sadomasochista, la mania di controllo e le pulsioni autodistruttive di Erika finiscono per esasperare il ragazzo che la allontanerà nella maniera peggiore…

Il film ha il grande merito (o demerito, a seconda del grado di nausea suscitato) di svelare il baratro profondissimo che si nasconde dietro l’impalcatura dell’ irreprensibile normalità borghese. La Huppert non si limita a mostrare il problema con un carattere borderline, appena accennato, ma trascina lo spettatore nel fondo più fondo della nefandezza umana. E lo fa così bene da provocare un disgusto senza speranza di assoluzione.
La vita manifesta è fatta di struttura, rigore, distacco. Modi compiti, abiti dimessi, chignon austeri. Intelletto brillante, professionalità impeccabile, talento inarrivabile. Se la perfezione fosse di questo mondo, certamente Erika Kohut sarebbe in grado di sfiorarla.
La prima incrinatura, ma ancora tollerabile, si manifesta nel rapporto con la madre, una donna ossessiva e dispotica che tratta la figlia, ancor più che adulta, come un’adolescente: le controlla i vestiti, il conto in banca, gli orari, le frequentazioni… Fin qui tutto bene, o quasi.
L’incrinatura diventa voragine quando vediamo Erika chiudersi in bagno e con una lametta infliggersi tagli ai genitali, frequentare peep show manifestando forme di feticismo rivoltanti, orinare accanto alle macchine in cui coppie di ragazzi amoreggiano…tutto questo con un aplomb da vera signora dell’alta società.
Non la salva nemmeno l’incontro con il bel Walter, anzi, le sue perversioni si acuiscono: l’incapacità di vivere un rapporto sano fatto di scambi reciproci, la spingono a ricercare lo squilibrio, la sottomissione, la violenza.

Haneke, maestro indiscusso nel raccontare la ferocia dell’ipocrisia benpensante, apre letteralmente le porte sull’abisso del desiderio sessuale: come Erika, la telecamera soffre di una patologia voyeuristica, si sposta da un ambiente all’altro rimanendo sempre al di qua della soglia che funge da cornice. Osserva a relativa distanza ogni sudiciume, ma non si immischia mai del tutto. Le inquadrature sono asettiche, le scene minimaliste, le luci bianche, fredde, quasi ospedaliere. Non occorrono grandi particolari, bastano pochi elementi visivi perché il significato sia comunque assordante.

La Huppert regala una grandissima prova attoriale: nell’esecuzione di un brano di Schubert come nel rapporto sessuale, nell’impartire lezioni di solfeggio come nei giochi sadomasochisti, l’aspetto della donna è algido e imperturbabile come quello di una sfinge, ed è incredibile come una tale inespressività possa essere così efficace ed eloquente.
L’unica espressione che ci concede è sul finale, prima di chiudere le porte del conservatorio dietro di sé, chiudendo ogni discorso, ogni musica e, forse, anche la sua vita. Da lì, il silenzio cade, anche sui titoli di coda che scorrono eccezionalmente senza accompagnamento sonoro.

Rimane il dubbio che dalla finzione ci riporta alla realtà: saranno davvero irreprensibili come sembrano le vite di coloro che ci circondano? Un sorriso può nascondere il dolore? Una carezza può celare la violenza? La calma può coprire un tumulto melmoso?

Film che suscita autentico malessere. E non è poco.

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