La casa

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La casa

Regia: Fede Alvarez
Anno: 2013

Cinque amici si ritrovano a passare qualche giorno in una casa isolata nel bosco, per aiutare una di loro, la tossicomane Mia, a stare lontana dalle droghe e rimettersi in sesto. Ben presto, il gruppo scopre nella sinistra cantina della baita un antico volume recante oscuri simboli e macabri disegni. Sarà proprio il contenuto del misterioso libro ad evocare un passato sanguinoso e a risvegliare orrori indicibili.

È un remake o un reboot questo La casa (Evil Dead) dell’uruguayano Fede Alvarez (autore del corto Ataque de Pánico!, 2009, fenomeno web con più di sette milioni di visitatori su YouTube), rispetto all’omonimo cult del 1981 (ma in Italia arrivò con due anni di ritardo) diretto da Sam Raimi?. Entrambe le cose, e nessuna delle due, forse.

In qualche modo, potremmo dire che la versione di Alvarez arrivi a fagocitare, o meglio a “possedere” quella di Raimi (o è forse il contrario? Chi contiene/possiede chi?). Un pò come avviene con la malefica presenza che rapisce i personaggi del film.

Allo stesso modo, Alvarez colonizza il materiale di partenza. Seguendo la lezione dello stesso Raimi (che con La casa 2, “Evil Dead II“, 1987, realizzò un finto sequel, variazione sul tema e re-innesto di elementi del primo episodio), il regista spolpa, rimesta, inghiotte e rigetta fuori il corpo-film originario (il primo La casa).

Dopo aver instillato al suo interno il germe di una nuova sensibilità artistico-estetica (così come il demone innesca l’orrenda trasformazione vomitando il liquido nerastro nel corpo di Mia).

Facendolo così (tra)mutare in qualcosa di ancor più orripilante, se possibile. Lasciando riemergere solo a tratti la configurazione di base (come avviene per i ragazzi contagiati dal morbo demoniaco, che a sprazzi tornano ad essere umani).

Formata da tutte quelle immagini, oggetti, figure, suggestioni e situazioni-tipo immediatamente riconducibili al prototipo di Raimi e facilmente riconoscibili per i fan della saga Evil Dead.

Così, ritroviamo la traballante soggettiva con i velocissimi spostamenti dell’invisibile spirito maligno (omaggio al Raimi innovatore anni ‘80, con quella steadycam modificata, la shaky-cam, a condurre corse impazzite, malferme e tremolanti verso gli attori). La macabra, nerissima fusione panica tra la donna e i rami della foresta. I gorgheggi e le ghignanti distorsioni vocali dei demoni.

E ancora la mano incancrenita che assume vita propria e fattezze mostruose, tranciata via di netto per evitare l’infernale possessione (qui è la bionda Nathalie ad auto-mutilarsi, come faceva il feticcio raimiano Bruce Campbell in La casa 2). Il ciondolo portafortuna (molto simile a quello dei primi due film), il fucile a pallettoni e la motosega alla Leatherface (incassata sul braccio amputato di Mia, sempre come Bruce Campbell).

Ritorna poi la tipica contrazione dello spazio intorno alla casa, l’impossibilità di allontanarsi e fuggire dal luogo maledetto. Con in più la densissima, catartica pioggia di sangue finale a infradiciare la casa, che sembra reinterpretare le esplosioni tipicamente gore dei film di Raimi. In cui il sangue sgorgava improvvisamente a fiotti da muri, tubature e lampadine, tra urla, risate e danze macabre di vivi oggetti in movimento.

Dov’è invece che stile e struttura narrativa del film di Alvarez (anche autore della sceneggiatura) si discostano dall’originale, per assumere una piega più personale? Innanzitutto nel tralasciare le componenti trash, le esasperazioni caricaturali e fumettistiche, gli ammiccamenti umoristici e la messinscena grottesca e rutilante del film di Raimi.

Prevalgono toni cupi, incomunicabilità e disperate solitudini tipicamente contemporanee. Con una gelida fotografia bluastra, plumbea e nebbiosa. Squarciata solo dalle impennate sanguinose dei taglienti massacri in perfetto stile slasher.

Sequenze ad alto ritmo e tensione che l’esordiente Alvarez governa con sicurezza e bravura (molto meglio della macelleria 3D del recente Non aprite quella porta, “Texas Chainsaw 3D”, John Luessenhop, 2013). Limitando al minimo gli effetti digitali e conservando tutta la forza materica e la fisicità purulenta dei trucchi prostetici artigianali in uso nel film dell’81.

La novità più interessante resta comunque il taglio psicanalitico che Alvarez restituisce alla vicenda. Con il doloroso background della tossica Mia e di suo fratello David, in preda ai rimorsi per aver abbandonato la sorella alla prese con la malattia mentale della madre defunta. Un passato che ritorna continuamente a far male, più ancora del riaffacciarsi di antichi demoni.

Se le origini del male erano in Raimi sconosciute, inafferrabili, confuse, giocosamente rivedute e continuamente riscritte, per Alvarez anche i terrori più arcani e soprannaturali vanno ricondotti alle brutalità familiari che corrompono i legami di sangue (simboleggiate perfettamente nel prologo, con un padre costretto a bruciare sul rogo la figlia posseduta macchiatasi dell’omicidio della madre). All’inquietante banalità degli orrori del quotidiano.

Piccola curiosità per i fan della saga: aspettare la fine dei titoli di coda per godersi una fugace comparsata di Ash/Bruce Campbell.

Un horror  tremendamente fisico, adrenalinico e angosciante. Promosso a pieni voti.

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