Jimmy Bobo – Bullet To the Head

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Regia: Walter Hill
Anno: 2013

A New Orleans, Jimmy Bobo fa il sicario professionista. Dopo un normale lavoro su commissione, il suo socio viene misteriosamente ucciso a coltellate, con Jimmy che la scampa trovandosi invischiato in loschi giochi di potere. Intanto, giunge da Washington il detective Taylor Kwon, per indagare proprio sull’ultimo uomo freddato da Bobo, ex-poliziotto che sapeva troppo sui corrotti della città. Entrambi in cerca di giustizia, il killer e lo sbirro uniranno le forze nella lotta contro il crimine.

Niente donne e niente bambini. La metà dei soldi in anticipo, l’altra metà a lavoro finito. Accettare le offerte di chiunque, ma mai fidarsi di nessuno. Poche regole ma decisamente efficaci, per il duro Jimmy Bobo. L’ultimo, scorbutico e solitario eroe-fuorilegge uscito dagli inferni metropolitani di Walter Hill (autore del cult I guerrieri della notte, “The Warriors”, 1979).

Regista che ritrova una New Orleans marcia e paludosa, dopo averla già visitata nel film d’esordio L’eroe della strada (“Hard Times”, 1975) e nel malinconico Johnny il bello (“Johnny Handsome”, 1989) con l’abbruttito Mickey Rourke.

Con Jimmy Bobo – Bullet To the Head, Hill tenta di riabilitare un cinema d’azione old style. Muscolare ed esplosivo, cupo e crepuscolare ma gravido di ironia disincantata. Senza dubbio ci riesce sul piano del ritmo, nella costruzione dei climax di tensione e delle sequenze di lotta. Rinfrescando la formula del buddy movie poliziesco, violento ma carico di umorismo sferzante (già esplorato in 48 ore, “48 HRS”, 1982, con lo scoppiettante duo Nick Nolte-Eddie Murphy).

Eliminando gli eccessi di fracasso demenziale in voga negli ultimi decenni (si pensi a Rush Hour – Due mine vaganti, Brett Ratner, 1998, o a Bad Boys, Michael Bay, 1995, con relativi seguiti). Affidandosi ai bicipiti pompati di un Sylvester Stallone in forma smagliante, corpo-icona di un passato recente installato nel panorama urbano e mediale dell’era digitale.

Rude mercenario usa e getta, il suo Jimmy Bobo, che bada al sodo senza troppi fronzoli. Bandito old-fashioned, con quella bottiglia di whisky portata da casa (al pub nessuno conosce la sua marca preferita) e quel torso di mela usato per distrarre il nemico e puntargli un coltello alla gola. Silenzioso guerriero delle paludi nascosto in una palafitta minata di esplosivi. Pugile in arene improvvisate (“Facciamo il secondo round?”). Pistolero che finite le cartucce impugna l’ascia come un vichingo per sconfiggere il colosso Jason Momoa (quello di Conan the Barbarian, Marcus Nispel, 2011).

A completare la strana coppia, c’è all’opposto il giovane sbirro ligio alle regole e al protocollo. Investigatore di fine psicologia criminale (“Sei un poliziotto o uno strizzacervelli?” lo rimprovera Jimmy), mago di computer e patito di tecnologia, inseparabile dal suo smartphone-database.

Gli spazi metropolitani del noir-poliziesco, per definizione oscuri, caotici, indecifrabili, si comprimono. Diventano completamente visibili e leggibili sullo schermo del cellulare. Non c’è più un angolo di città che rimanga nascosto dietro un alone di mistero. Basta un click su Google Maps e Taylor scova in un attimo la tana di un criminale, indirizzo e residenza dei malfattori di turno.

Tutto è rin(tracciabile), a portata di mano, anche se poi, una volta giunti a destinazione, servono ancora i modi spicci e le maniere forti di Jimmy per sbrogliare la matassa. Siamo sì in un gioco di guardie e ladri 2.0, dove i fuggitivi si inseguono col GPS e i documenti compromettenti si salvano su chiavetta Usb. Ma per estorcere informazioni e portare a termine la missione, i pugni di Rocky e le imprese alla Rambo fanno ancora la differenza.

Film di incontri/scontri, collisioni/collusioni, attriti e frizioni tra realtà e personaggi diversi. Ma anche tra pezzi di materia cinematografica (l’incipit con il flashforward in bianco e nero, mentre la voice over di Jimmy Bobo narra la vicenda in flashback), con un montaggio serrato e scelte registiche mai banali, sottolineate dal ritmo sincopato delle percussioni.

Sullo sfondo, paludi limacciose, fumosi locali notturni e strade di fuoco affollate di musica e folklore (la parata carnevalesca, le maschere voodoo e le amazzoni seminude della festa in stile Eyes Wide Shut, Stanley Kubrick, 1999).

È un thriller che resta avvincente pur senza prendersi troppo sul serio. I due protagonisti per primi ironizzano sui facili e usurati stereotipi che inevitabilmente marcano una pellicola di questo tipo. “Non hai ancora fatto la battuta sugli asiatici che non sanno guidare” dice Taylor a Jimmy, quasi consapevole del copione di battibecchi sarcastici che i due si trovano a dover recitare.

Film più divertito che nostalgico. Mai davvero scoraggiato per la fine dell’epoca d’oro dell’action movie.  Del resto, Sly ne esce ancora una volta pulito e rinsaldato al volante di una Ferrari nera. “La vita è breve” dice in chiusura Bobo/Stallone. Meglio allora godersi qualche altra scorribanda tra botte, inseguimenti e pallottole alla testa.

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