Il sospetto

Regia: Thomas Vinterberg
Anno: 2012

Un maestro d’asilo è oggetto di un’infondata accusa di molestie sessuali da parte di una bambina, ma la comunità crede a lei e per lui inizia l’inferno.

Attraverso la storia di un’accusa infondata, Thomas Vinterberg (fondatore con Lars Von Trier del movimento Dogma 95 e autore di Festen) sviluppa un’idea che si tramuta non soltanto in un film eccellente ma soprattutto in un saggio di antropologia culturale: Il sospetto.

Il rapporto tra adulti e bambini è un tema molto delicato e lo sconfinamento nella pedofilia è uno dei grandi tabù del nostro tempo. Vinterberg mostra come una tale ossessione possa portare al travisamento della realtà, alla messa in discussione dell’identità dell’individuo e arriva a riflettere sull’innocenza – reale – degli adulti in contrapposizione a quella – data per scontata – dei bambini. L’autore ribalta i canoni classici (i bambini non mentono) per riflettere sulla verità come concetto, sulle frontiere tra bene e male, sui legami sociali e sull’istinto gregario della società contemporanea.

La regia di Vinterberg pare uniforme lungo tutto il racconto, facendo proprio uno stile semi-documentaristico, con una macchina a spalla che sporca le inquadrature pur di stare addosso ai soggetti. Ad uno sguardo più attento, però, si nota come la narrazione e lo stile procedano di pari passo, con l’adattarsi del secondo alle esigenze e ai mutamenti del progredire della storia.

Nella parte iniziale del film le inquadrature sono mediamente strette: lo sguardo del regista si concentra su parecchi dettagli (mani che si stringono, braccia che avvolgono corpi, i corpi stessi imprigionati in campi medi o stanze anguste) per dare da un lato l’idea – attraverso la nostra prossimità al mondo diegetico – della vicinanza del protagonista ai bambini e dall’altro della parzialità con cui l’intero paese affronta l’accusa della bambina.

In questa fase le porte assumono un significato pregnante perché diventano metafore dell’accesso: la porta semiaperta del bagno dell’asilo è il simbolo dell’accesso del protagonista (Mads Mikkelsen, miglior attore a Cannes 2012) all’intimità dei bambini; la porta della casa dell’amico rappresenta l’accesso – per Lucas prima e per suo figlio poi – alla famiglia istituzionale, dalla quale loro sono però tagliati fuori.

A mano a mano che Lucas si ritrova ad affrontare le conseguenze della ripicca della bambina (di cui ha rifiutato un regalo a forma di cuore in modo che lei lo desse a un suo coetaneo), le inquadrature si allargano, ma da ciò non viene affatto un senso di respiro, anzi. La riflessione di Vinterberg si estende dal microcosmo dell’aula dell’asilo al macrocosmo del paese: gli ambienti sono più spaziosi, pieni di gente, ma il senso di oppressione che ne deriva è ancora maggiore perché da questi ambienti (l’asilo, il supermercato, la casa degli amici) Lucas viene escluso e le persone sono a lui ostili.

Ciò che diventa sempre più grande è la follia, la miopia della società e la sua mancanza di razionalità. Se i temi centrali della colpa e dell’uomo ingiustamente accusato possono richiamare echi hitchcockiani, Vinterberg li declina in un altro registro, in modo da non creare un’atmosfera da thriller (anche se la tensione di alcune scene è magistrale), ma un ambiente di analisi del comportamento umano e sociale.

Nella parte finale gli esterni sembrano respirare di più, ma il grigio malinconico del paesaggio non riesce a farsi da parte per permettere alla serenità di irrompere nuovamente del tutto nella vita di Lucas. Persino il sole, filtrato dagli alberi, rende inaccessibile allo sguardo di Lucas l’identità del cacciatore che sembra attentare alla sua vita.

L’associazione di Lucas al cervo braccato dai cacciatori rende così evidente non solo la similitudine tra le due vittime indifese ma anche il fatto che tutto ciò che Lucas ha vissuto nell’ultimo anno sia stata una sorta di caccia alle streghe e che l’irrazionalità ha permesso agli istinti più primitivi dell’uomo di emergere. D’altronde, la non identificabilità (la non-identità) di questo cacciatore è proprio il simbolo della spada di Damocle sulla testa di Lucas: egli non rappresenta un singolo, ma la società intera. Se infatti il mondo diegetico della storia è la società danese, la riflessione di Vinterberg è globale.

Questo spiega perché il finale non dovrebbe essere considerato troppo affrettato: da un punto di vista narrativo, sì, il salto temporale di un anno lascia con l’amaro in bocca perché si vorrebbe seguire il processo che ha condotto alla situazione conclusiva, ma da un punto di vista antropologico la giustapposizione delle due situazioni è di gran lunga più efficace.

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