El Infierno

Regia: Luis Estrada
Anno: 2010


È un pulp feroce, picaresco e assolato, quello di Luis Estrada (La ley de Herodes, 1999; Un mundo maravilloso, 2006.), che non di rado ci lascia gustare un umorismo sghembo, divertente e aspro, al gusto piccante di guacamole.

Le immagini del regista messicano si crogiolano in una luminosità salubre e forte, simile ai sentimenti e alle robuste passioni che mette in scena, e che filtra attraverso un senso della comicità disilluso ma paziente, tipico di quei popoli che secoli di privazioni economiche hanno educato a sopportare la vita.

In un breve prologo vediamo che Damián Alcazár (Fecha de caducidad, regia di Kenya Marquez, 2011; Lynch, la serie tv prodotta da Fernando Altschul nel 2012, Le cronache di Narnia – Il principe Caspian del 2008 di Andrew Adamson) nei panni di Bejamin Garcia, detto Elbenny, lascia l’amato Messico in cerca di fortuna.

Biglietto di sola andata per los Estados Unidos de Amèrica, la meta di sogno per tutti quei miserabili che sopravvivono nella polvere, al di qua del confine.

Vent’anni dopo Benny, povero almeno quanto nel giorno della sua partenza, viene forzosamente restituito ai luoghi natii dalle mani amorevoli delle forze dell’ordine statunitensi.

Non sarà facile per Benny trovare una propria collocazione in questo nuovo Messico, che tentando di fuggire lo spettro della fame di tutti, si è lasciato corrompere dal potere economico e criminale di pochi.

El Infiernodi cui parla il titolo del film è questo Messico, quello del narcotraffico e delle guerre tra bande, un inferno dominato con implacabile fermezza dalla legge del guadagno, dove i morti, sempre più giovani, si contano come mosche per le strade polverose, e dove la vita vale meno delle pallottole che se la portano via.

El Benny non tarderà a comprendere che se vuole garantire un futuro a Lupe (Elizabeth Cervantes: Borderland di Zev Berman, 2007; Volveàs, per la regia di Antonio Chavarrias, nel 2002) e a Diablito (Kristian Ferrer: visto a livello internazionale solamente in Sin Nombre, l’adventure-thriller diretto da Cary Joji Fukunaga nel 2009), vedova e figlio del suo defunto fratello, l’unica strada praticabile è quella di seguirne le orme insanguinate (in sua assenza il fratellino si era reso sinistramente noto nel mondo dei narcotrafficanti con il nome di battaglia di El Diablo ed era stato ucciso in circostanze che Benny intende acclarare definitivamente).

Da qui prende il via l’escalation criminale ed economico-sociale di El Benny, che come personale Virgilio, a guidarlo tra i meandri del crimine e i mille segreti della professione, ritrova Cochiloco (al secolo Joaquín Cosio, il perfido El Azul di Le Belve – Savages, Oliver Stone 2012), suo compagno di gioventù e ora temuto luogotenente del clan dei Rays del norte. Dopo varie vicissitudini e gag Si scopre che a uccidere El Diablo sono stati i capi del suo stesso clan a causa di una banale storia di corna. Finale di vendetta e sangue trattato con bella ironia e straniato da andanti musichette messicane.

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La narrazione incede scorrevole e segue con occhio indulgente, spesso divertito e divertente, le sgangherate (ma spesso atroci) imprese criminali dei due amici. Il montaggio ha anamento piano e regolare, prevalentemente dedito a svolgere una funzione di tipo narrativo ed esplicativo.

Estrada riesce a riservare alle sue belle scene di violenza un trattamento dolorosamente comico: esecuzioni brutali, scioglimento di corpi nell’acido, mutilazioni a scopo intimidatorio ecc. vengono trattate con spiccato gusto umoristico e paiono acquistare una certa levità, sospinte come sono dal suono di briose chitarre mariachi. Il consueto meccanismo straniativo caro al genere pulp, con cui si genera un senso grottesco della contraddizione attraverso l’associazione di musiche ironiche, orecchiabili e allegrissime a immagini dal contenuto violento, qui trova un’applicazione se non originalissima quanto meno peculiare, molto personale anche dal punto di vista stilistico. La messicanità di luoghi, personaggi e situazioni passa in larga misura, oltre che dalle colorite musiche chicane, dalle scelte fatte da Estrada in campo cromatico e luministico: messicanissimi gli accesi colori e i loro forti contrasti, messicanissima la luce, desertica e quasi abbagliante, a giorno pieno, e affogata in vividi arancioni e rossi nei tramonti di forte impatto evocativo.

Volendo dar retta a Sir Alfred Hitchcok, secondo il quale la buona riuscita di un film dipende dalla capacità del cattivo di suscitare nel pubblico forti emozioni, questo è certamente un buon film. I cattivi pennellati da Estrada umanizzano la figura mitica del cattivo, la rendono normale, quotidiana. Sono uomini come noi, questi due, comici e disperati, malati di soldi, killer per forza, strozzati dal bisogno economico e dalle rate della scuola dei figli, dai capricci delle mogli o dall’amore per le donne e la tequila.

Due veri mostri, insomma, che tuttavia suscitano la nostra simpatia e ottengono il nostro intimo perdono perché non li sorprendiamo mai a compiacersi del proprio criminoso operare. Benny e Cochiloco ci piacciono, anzi, perché si dimostrano stoici, a dir poco, nella difesa di valori tradizionali come la famiglia, la mamma, l’attaccamento alla religione e all’onore.

Due anti-cattivi, insomma,che non cessano di suscitare nel pubblico un forte senso di condivisione emozionale e di identificazione nel personaggio, specialmente con i quegli aspetti più deboli e quotidiani, facili da ritrovare anche nelle nostre vite.

E’ evidente una certa verve polemica a sfondo sociale in questo film, che qui trova un’esposizione dalla chiarezza quasi teorematica, e che tuttavia il regista ha l’arguzia di stemperare in una forma filmica assai piacevole e non appesantita quelle retoricità che spesso accompagnano questo genere di contenuti.

Trovate divertenti e grottesche sanno farci sorridere senza tuttavia rinunciare a portare allo scoperto le colpevoli connivenze del potere politico e religioso con i narco-potetentati che egemonizzano la concentrazione di capitali in Messico (fantastica la scena in cui, con un compunto e severo cerimoniale religioso El Benny e Cochiloco fanno benedire le proprie pistole dal vescovo del paese in cambio di una cospicua donazione).

Bella anche la variazione di tono cui va in contro la narrazione nella parte terminale del film, che abbandona i registri del grottesco-comico e si fa più risentita e cruda. Contestualmente nelle immagini si viene a perdere quella solarità, anche fotografica, che sino ad ora aveva qualificato lo spazio visivo di questo film, e l’ambientazione si fa notturna, la luce lunare.

Sapientemente Estrada opta per una chiusura che riprende la felice chiave umoristica di inizio film e non permette allo spettatore di andarsene dalla sala con quel vago senso amaro in bocca che lasciano i finali duri da digerire.

Per dare la giusta dimensione alle cose direi che sebbene non ci si trovi in presenza di un capolavoro epocale con questo film Estrada ci restituisce un prova autoriale matura e di intrigante qualità stilistica, che certo si giova non poco delle belle prove attoriche di Damián Alcazár e Joaquín Cosio.

Entrambi gli attori, infatti, riescono assai bene nel registro ibrido di comico e drammatico richiesto dalle rispettive parti e danno vita a protagonisti riccamente strutturati sotto il profilo emotivo, capaci di sollecitare la compartecipazione emozionale dello spettatore che non può non parteggiare per questi due derelitti, feroci e umani allo stesso tempo.

Bella la fotografia che mitizza le proprietà luministiche degli ambienti tipici del Messico e dei suoi cieli, e che lavora in senso drammaturgico dando alle scene tratte da queste vite disperate come una sorta di epicità, di piglio da grande classico del western vecchia maniera.

Un film decisamente consigliato a tutti i tarantiani, ritchieiani, choeniani e pulpettari di sorta, che tuttavia potrebbe non dispiacere a un pubblico ben più vasto (e forse meno esigente) e per le numerose trovate umoristiche che alleggeriscono personaggi e situazioni e per la manifesta carica di riflessione sociale che ne promana.

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