Cosmopolis

Regia: David Cronenberg
Anno:
2012

Per raccontare la crisi di un sistema che, come affermava Charles Bukowski) “ora si divora da solo”, il regista di Cosmopolis mette in scena un film tanto claustrofobico quanto sconcertante.

A simboleggiare questa voracità e avidità, nella pellicola, dei ratti giganti schiacciati sui finestrini delle auto, come emblema di una crisi che bussa alle nostre porte e ci costringe a prender coscienza della situazione.

Nel clima confortevole di una sala cinematografica, si fa fatica concentrarsi, a star dietro ai dialoghi e alla sana follia di un ventisettenne ultramiliardario (il Robert Pattinson visto in Twilight, Catherine Hardwicke,2008)  che ha deciso di soddisfare il suo capriccio quotidiano, nonostante nelle strade di New York imperversi una rivoluzione “contro il futuro”.

Il suo obiettivo è quello di farsi tagliare i capelli dall’unico barbiere a cui si rivolge da sempre e che si trova dall’altra parte della città. Un problema insignificante in un mondo che, in modo asimmetrico, attraverserà la pellicola così come l’auto attraverserà le strade della metropoli.  Asimmetrica è la prostata di Erik Packer, asimmetrico sarà il suo taglio di capelli, asimmetrica è la sua condizione e ciò da cui costantemente cerca di difendersi, sentimenti e ideali che nella logica economica dell’esistenza non trovano il giusto spazio.

La colonna sonora è quasi inesistente e metà delle scene è girata in una limousine attrezzata di tutto punto; un teatro della modernità.

Non spaventa, non irrita, non confonde. Lascia senza fiato e senza parole, così come il mondo in cui viviamo.

“L’estensione logica del business è l’omicidio!” Il protagonista sembra suggerirci la sua versione della vita e, nello stesso modo assolutamente insensibile e ironico, incrocerà vari personaggi, tutti assoggettati al suo potere, al suo fascino, al suo ego spropositato.

Cronenberg, maestro come pochi, è abile nel trasportarci negli anfratti più segreti dei vari mondi possibili e lasciarci incollati alla poltrona.

Non c’è da stupirsi che molti spettatori uscendo dalle sale si domandino cosa abbiano visto, che cosa volesse dire e perché. Un po’ come fa Kafka ne “ La Metamorfosi” il regista non spinge più a domandarsi  come va a finire, ma piuttosto qual è l’arcano significato di ciò che vediamo.

Ci invita, dunque, a farci domande, a diventare critici e a razionalizzare le sensazioni forti che il film trasmette.

Fedelissimo alle parole del libro di De Lillo da cui il film è tratto, Cronenberg insiste sui dialoghi, lunghi e precisi, senza però incorrere nel rischio della retorica o della noia. Il colloquio finale che Pattinson ha con il poliedrico Paul Giamatti (Le idi di Marzo, George Clooney, 2011)  ci restituisce l’esempio di  un cinema che, anche prendendo in prestito  idee dalle altre arti, regala suggestioni e momenti di riflessione in grande stile.

Il sangue freddo del giovane e il ritmo lento delle riprese  fanno pensare di essere stati installati in un meccanismo a rallentatore senza  riuscire a stabilire da chi sia stato messo in moto.

Il cerchio si chiude con ciò che aveva scatenato il suo inizio, la preda finisce nelle mani del cacciatore, il quale comunica la rabbia di chi è costretto a vivere senza dignità, senza regole e senza rispetto, a causa del potere sovrastante e indomabile di pochi.

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