Cogan – Killing them softly

Regia: Andrew Dominik
Anno: 2012

Noir metropolitano dai risvolti pulp, tratto dal romanzo Cogan’s Trade di George V. Higgins, (1974), e portato sul grande schermo dal regista di Chopper (2000) e di L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (2007), il neozelandese Andrew Dominik.

Jhonny (Vincent Curatola), Frankie (Scoot McNairy) e Russel (Ben Mendelsohn) rapinano la cassa di una delle blindatissime bische clandestine gestite dalla locale mafia, dando per scontato che la colpa del misfatto ricadrà su Markie Trattman (Ray Liotta), già autore di un colpo analogo e organizzatore della partita di quella sera.

I quadri alti del crimine, per individuare e punire i colpevoli, ingaggiano il sicario Jackie Cogan (Brad Pitt), il quale, dotato di una strana quanto personalissima “etica del lavoro” , uccide, come il titolo annuncia, “softly”, cioè cercando limitare le sofferenze delle proprie vittime al minimo necessario e rifiutandosi, per quanto possibile, di ammazzare di proprio pugno amici e conoscenti.

Da qui si dipartono le diverse traiettorie narrative che ci consentiranno di seguire le sorti degli autori della rapina, dello sfortunato Markie Trattman, del disperato killer newyorkese Mickey (James Gandolfini), ormai schiavo dell’alcool e dipendente dal sesso, fino alla narrazione delle ingloriose morti di Jhonny, Frankie e Markie.

Non è semplicissimo esprimere un giudizio netto su questa opera che sicuramente presenta, nella propria “ricetta”, un certo numero di ingredienti di pregio, ma che, per qualche disfunzionalità nel processo di sintesi, approda ad un distillato finale che non realizza tutte le promesse iniziali.

Dominik, come aveva già avuto modo di dimostrare, è abilissimo nel lavoro sull’immagine, e qui di certo gli riesce un bel tentativo di ri-metabolizzazione in chiave contemporanea un certo cinema degli anni ’70. La grana grossa che conferisce alle proprie immagini, il dilavamento cui sottopone i colori, operano un richiamo di facile lettura ai film sperimentali girati in 16 o 8 mm. La scelta, d’altro canto, si coniuga bene sia con quel sentore vagamente lisergico che permea tutta l’opera, sia con il generale tenore di deprivazione etico-emozionale che trova, in questi colori “raffreddati”, una adeguata espressione di livello cromatico.
Il rimando a quel periodo, d’altronde, si rafforza anche grazie ad alcune scelte operate attraverso il commento musicale, che annovera, tra i molti, i nomi di artisti cult di quel periodo come Velvet Underground e Nico.

Non mancano in questo film soluzioni visive piuttosto interessanti, mi pare tuttavia che queste non riescano a togliersi di dosso una impressione di conformità a certe grammatiche visuali già scritte, a certi atteggiamenti dello stile che i vari Tarantino, Coen, Ritchie hanno già condensato, magari con modalità parzialmente diverse, in qualche luogo filmico neppure troppo remoto.
Valgano come esempio la spettacolare uccisione in slow-motion di Markie Trattman o la bella scena in cui Dominik rende gli effetti dell’eroina per mezzo di una alternanza di nuvole di fumo che si trasformano in luce e neri de-sensorializzanti durante i quali le voci subiscono impressionanti deformazioni.

In molte scene, specialmente quelle in cui si pratica o si parla di violenza, Dominik riesce a creare marcati andamenti anempatici tra colonna visiva e commento musicale o tra l’argomento trattato e la forma verbale della sua trattazione, producendo esiti di rilievo sul piano di un umorismo dolente e sghembo, che non riesce però a elevarsi al di sopra di certi cliché di genere, caratteristici del cinema pulp di questi ultimi anni.

Pensi il lettore alla scena in cui vengono mostrati i cadaveri dei protagonisti sui lettini dell’obitorio, che reca come commento musicale il grazioso motivetto It’s Only a Paper Moon di Cliff “Ukulele” Edwards: non è qui in discussione l’effetto macrabamente ironico dell’associazione, quanto il valore di novità di una opeazione che si era vista, praticamente identica in film come Le Iene (Q. Tarantino, 1992) The Snatch (G. Ritchie, 2001) Natural Born Killers (O. Stone,1994) ecc.

L’intero film è agitato nell’intimo da una virulenta carica polemica verso l’iniquità economica, che viene stigmatizzata quantomeno su due livelli. Su un piano più palese, quello esplicitato dalle condotte e dalle scelte di vita dei personaggi essa viene vista come causa prima delle violenze e del generale deterioramento etico che caratterizza le disperate esistenze rappresentate.

Ad un livello più implicito, e squisitamente metalinguistico, la critica alla degenerazione del potere del capitale si realizza nel forte contrasto che si instaura tra i contenuti pomposamente consolatori e solidaristici provenienti dai discorsi di vari esponenti del mondo politico (nei quali ricorrono continuamente espressioni come “una sola nazione”, “un unico popolo”, “liberi di essere…”, ecc) e che radio e tv presenti nella diegesi diffondono nell’ambiente a più riprese, nei quali l’american dream risuona come parola vuota e l’accumulo di denaro appare quale unico orizzonte di vita degno di essere perseguito.

Tanti dialoghi, spesso ben congeniati, ironici e arguti, ma poco sangue, rara violenza e spari centellinati, un’ipotesi sociologica interessante ma forse eccessivamente ribadita… sconsigliato agli amanti del pulp più feroce.

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