Io e te

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Regia: Bernardo Bertolucci
Anno:
2012

“A me piaceva raccontare di scontri tra alieni e terrestri senza una ragione, di viaggi spaziali alla ricerca del nulla. E mi piacevano gli animali selvatici che vivevano senza un perché, senza sapere di morire.”  Niccolò Ammaniti, Io e te (2010)

L’adolescente Lorenzo, solitario ed introverso, finge di partire per una gita scolastica con i compagni. All’insaputa di tutti, si rifugia invece nella cantina del palazzo in cui vive, alla ricerca di una tregua liberatoria dall’opprimente realtà che lo circonda. La quiete verrà turbata dall’irrompere inaspettato della sorellastra Olivia, che costringerà il giovane a fare i conti con la propria angoscia esistenziale.

Siamo partiti da un estratto del romanzo breve di Ammaniti perché è forse il modo più efficace per parlare della sua trasposizione cinematografica ad opera di Bernardo Bertolucci. Dopo quasi dieci anni di silenzio, il regista racconta con toccante intensità l’incontro/scontro tra due profonde solitudini, diverse ma ugualmente laceranti. Due ragazzi che nella vita prenderanno strade opposte. Quali non si sa, il traguardo finale non si vede. Nel mentre speranze, dolori e destini si incrociano, fanno un pezzo di strada insieme. Il futuro fa meno paura quando si balla abbracciati, avvolti nella tiepida luce di uno scantinato. Una coppia di estranei, tra loro e a se stessi. Un teenager brufoloso e un mostro dai capelli biondi e piume nere indosso, venuto da chissà dove (il cellulare di Olivia mima il rumore di un Ufo che sta atterrando). Due strani animali che si annusano e vengono a contatto in una tana nascosta. Non riescono a mischiarsi al branco, ad adattarsi al caos della giungla là fuori.

Bertolucci rafforza la metafora del mimetismo animale, già presente in Ammaniti, per descrivere l’ossessione a conformarsi, la spinta coercitiva verso una presunta normalità. L’adesione spersonalizzante a ruoli, norme e modelli che la società impone ai giovani. Lorenzo (l’esordiente Jacopo Olmo Antinori) appartiene invece a una specie particolare, forse in via di estinzione. Un astuto camaleonte che muta pelle, forme e colori, per sopravvivere alla spietata competizione adolescenziale.
Un insetto-stecco che si confonde tra i rami, per non essere notato dalla chiassosa massa dei coetanei. Rimane in apnea nell’acqua del lavandino come un pesce. Legge romanzi fantasy sdraiato a testa in giù come un pipistrello. Si allena correndo per la stanza imitando il suo armadillo in gabbia. E’ un esperto entomologo che conserva un formicaio. Studia con la lente d’ingrandimento insetti e persone, “gli altri”, quel microcosmo ostile in cui si sente uno straniero.

Splendida la sequenza onirica in cui il giovane osserva dal basso i genitori, che si muovono in una teca di vetro come animali da laboratorio. Quasi dei pesci boccheggianti in un acquario, ammantati di lucenti macchie arancioni. La figura paterna è assente. Quella materna sempre manchevole o ambigua. Ritorna la tematica incestuosa, spesso messa in scena da Bertolucci (tra madre e figlio in La luna,1979, tra fratello e sorella in The Dreamers – I sognatori, 2003), con Lorenzo che accenna ad un amplesso post-apocalittico con la madre per salvare la razza umana.

Se la famiglia fallisce, la svolta per Lorenzo è nella convivenza forzata con la sbandata Olivia (la rivelazione Tea Falco). Bella e svampita, tossica senza tetto e talentuosa videoartista mancata. Si fotografa incollata ai muri (“I am the wall”), un tutt’uno con le superfici di cemento, simbolicamente smaterializzata.
Bertolucci illustra un’arte provocatoria che proclama purezza e sensibilità. La libertà di esprimersi, il coraggio del punto di vista critico contro il rischio dell’appiattimento generale, l’essere inchiodati, schiacciati contro un muro di convenzioni ipocrite. Sempre percepite, almeno da Il conformista (1970) in poi, come indice di un fascismo strisciante (il busto marmoreo del Duce sul mobile della contessa defunta).

Bisogna smettere di nascondersi. Spezzare il guscio, uscire allo scoperto e lottare, invece di restare fermi, come una lucertola al sole, indifferenti. Già il finale di The Dreamers mostrava i tre giovani addormentati, quasi asfissiati da una fuga di gas, che in ultimo, destati da una finestra rotta, scendevano in strada a combattere per la sorti di un’intera generazione. Qui la dimensione è solo più intima e circoscritta. Lorenzo deve alzare la testa (reclinata su una scrivania nell’incipit), far sentire la sua voce, prendere decisioni, fare delle scelte, diventare un adulto consapevole. È l’amicizia con Olivia a farlo uscire dal torpore, a fargli respirare la vita. Il rapporto tra i due non è la storia di un’educazione sentimentale, di un’iniziazione sessuale, ma un duro percorso di crescita reciproca attraverso gli ostacoli e le asprezze della vita.

Del resto, c’è un motto che Bertolucci ha fatto suo fin dalle turbe amorose di Io ballo da sola (“Stealing Beauty”, 1996): “L’amore non esiste, ci sono solo prove d’amore”. E quelle prove occorre superarle.

Un ritratto agrodolce della solitudine dei giovani contemporanei.

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