A Royal Weekend

Regia: Roger Michell
Anno: 2012

Una delicata ed elegante operazione di gossip storico, in cui scopriamo un Bill Murray tutto nuovo, che pure è lo stesso accattivante e dissacrante Bill Murray che tutti abbiamo apprezzato da sempre, così come un Franklin Roosevelt inaspettato, che pure è lo stesso Franklin Roosevelt che tutti gli Americani conoscono come uno dei più grandi presidenti di sempre.

Franklin Delano Roosevelt è stato forse il più grande presidente degli Stai Uniti d’America, eletto  ben quattro volte (unico caso) dal marzo del ’33 all’aprile del ’45, proprio a cavallo tra la grande depressione e la Seconda Guerra Mondiale. Eppure in questo film non si parla del New Deal o del Social Security Act, (iniziative di politica sociale che resero grande Roosevelt)  ma  dell’uomo Roosevelt. Tuttavia sarebbe impossibile scindere le due figure, farlo per forza risulterebbe una trovata artificiale, ingenua e fuori luogo, che avrebbe probabilmente prodotto un film mediocre e insignificante come in passato è già accaduto (vedasi Il presidente, una storia d’amore, The American President, regia di Rob Reiner, 1995,con Michael Douglas).

Dunque Roger Michell escogita un ribaltamento di messe a fuoco, mettendo in primo piano Franklin Roosevelt il presidente e in secondo piano il presidente Roosevelt. Invertendo la messa a fuoco, ma mantenendo entrambe le figure sullo schermo per tutta la durata del film, ci appaiono rughe, imperfezioni, particolari, e situazioni torbide e grottesche in tutta la loro naturalezza. Così i sentimenti evocati da questo film, che pure parla del più famoso presidente americano, non sono quelli nazionali: immacolati, assoluti, tragici ed epici; ma sono quelli personali, umani.
I numerosi close-up della pellicola sembrano volerci mostrare proprio questo intento, privilegiando spesso il particolare, imperfetto e naturale, e ponendolo di prepotenza davanti a tutto il resto.
Questo movimento lo si percepisce fin dal principio, in cui la voce narrante dice allo spettatore la situazione precaria in cui versa l’America negli anni ’30: la disoccupazione, la recessione economica e la povertà sempre più diffusa sono comunicate ma non mostrate sulla popolazione. È un individuo a incarnarle e a farsi portavoce della storia, la voce narrante è infatti quella di Daisy (Laura Linney) cugina di quinto grado del presidente che, caduta in miseria come molte persone di quel periodo, ci racconta di essersi dovuta trasferire dall’anziana zia nella sua casa di campagna.
Daisy riceve un invito inaspettato ad Hyde Park dal presidente in persona. Hyde Park non è che la dimora estiva di Roosevelt, la casa di sua madre, quella in cui il presidente si reca in vacanza, anche se un presidente non è mai realmente in vacanza.
Qui Daisy approfondisce la conoscenza di suo cugino Franklin D. Roosevelt (Bill Murray) e tra i due nasce una torbida e segreta storia d’amore. Presto Daisy si accorge che il matrimonio di suo cugino con Eleanor (Olivia Williams) è solo una facciata e per di più scopre di non essere l’unica amante di Franklin, c’è anche la segretaria Missy (Elizabeth Marvel).

Il momento in cui lei, la vera protagonista del film, si ritrova col cuore spezzato dalla scoperta e crede di essere solo uno sfizio per lui, è quello in cui fervono i preparativi per l’arrivo dei reali d’Inghilterra, re Giorgio VI, il re balbuziente (Samuel West), e la regina Elisabetta (Olivia Colman).
Ed ecco che il ruolo di presidente di Franklin Roosevelt torna in primo piano, perché i monarchi d’Inghilterra vengono (per la prima volta in suolo americano dalla Guerra d’Indipendenza) a chiedere l’aiuto degli Stati Uniti nell’imminente guerra contro la Germania nazista.
Tuttavia il focus si ribalta nuovamente, e se dalla situazione ci si aspettano dialoghi di alta dialettica politica o monologhi patriottici commoventi e strappa-applausi, tipici del canone da discorso presidenziale, si resta a bocca asciutta, perché le proverbiali doti di semplicità, saggezza, ironia e buonsenso di uomo vissuto  di Roosevelt, che forse solo il viso sottilmente ironico e la mimica geniale e curata nel dettaglio di Bill Murray potevano raccontare con tanta naturalezza ed efficacia, tornano in primo piano nei suoi dialoghi col re, e tornano in primo piano i tanti particolari di carattere e di personalità che rendono qualunque uomo, presidente o re che sia, un uomo unico e diverso dagli altri.

Nei preparativi per l’arrivo dei monarchi non ci sono accenni alla situazione politica internazionale, nessuna preparazione di un discorso, ma solo rocambolesche, isteriche e importantissime riflessioni su come apparecchiare la tavola, su quanti piatti occorrano, su quale bevanda sia la più adatta da offrire ai regali ospiti, e cosa più importante da parte di Franklin, su come ricucire il rapporto con Daisy in un momento come quello.
Durante la cena, i discorsi politici lasciano il posto a battute di spirito stile anglosassone o americano, a imprevisti come piatti che cadono disastrosamente ai camerieri, o mensole che rovinano a terra fracassando vassoi e spargendo pietanze sul pavimento nonché regale imbarazzo nell’aria.
Del colloquio privato tra il presidente e il re, vengono mostrati solo quelli che si potrebbero definire i preliminari di un dialogo tanto importante (che segnerà, nel 1939, l’ingresso in guerra degli USA a fianco dell’alleato britannico), preliminari fatti di umorismo, di avvicinamento umano trai due (si parla di donne, di wiskhey, della poliomelite di Franklin e della balbuzie di Re Giorgio) lasciando lo spettatore fuori dalla porta durante il nocciolo del discorso sull’alleanza.
Durante il film non capita mai di ascoltare l’inno americano o quello inglese, ma solo le morbide nuances dal sapore rag-time e jazz  inizio secolo, come A Slow Drag o Daisy Gets Ready, composte e arrangiate amabilmente da Jeremy Sams, autore della colonna sonora.

Molti vedono questo film come una sorta di sequel de Il discorso del Re (The King’s Speech, Tom Hooper, 2011) tuttavia non è così. In questo film non c’è nessun gran discorso finale, nessuna epopea esplicita di crescita umana né del re né del presidente. La sola persona che evolve esplicitamente è Daisy, la cugina di campagna, che impara ad accettare Franklin per quello che è, e con ciò il suo nuovo ruolo di balia-amante.
È curioso come il titolo italiano della pellicola sia sempre inglese. A Royal Weekend non è né la traduzione né il vero titolo del film ma un arbitrario cambiamento. Si potrebbe pensare che l’intento sia stato quello di accostare questo film a Il discorso del Re, tuttavia, se così fosse, si sarebbe completamente travisato l’intento di Roger Michell.

Da vedere.

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