Warm bodies

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Warm bodies

Regia: Jonathan Levine
Anno: 2013

Come spesso accade in questi ultimi anni grandi produzioni cinematografiche riescono ad ottenere incassi record ed eccezionale visibilità grazie ad espedienti commerciali e strategie di mercato ben architettate “vendendo” però prodotti non all’altezza delle aspettative. Questo è il caso di Warm Bodies.

La prima impressione guardando il film è quella di assistere ad un insieme di buone idee mal presentate.
Un concentrato di trovate interessanti che però tendono a trasformarsi in deludenti sketch fini a se stessi, non arrivando mai né al cuore, né allo stomaco dello spettatore.

In effetti l’omonimo romanzo di Isaac Marion (scrittore e musicista classe 1981) offrirebbe molti spunti interessanti che, inspiegabilmente, il regista e sceneggiatore Jonathan Levine (ha già diretto 50 e 50 nel 2011) tende ad “ammucchiare” in modo confuso e superficiale.

La trama è semplice (ma non banale). Lo zombie “R” (l’iniziale del suo nome è l’unico ricordo che ha del passato) in un mondo in cui i non morti la fanno da padroni, si scontra/incontra con l’umana July, e ne rimane folgorato. Un colpo di fulmine che porterà i due personaggi principali a vivere un’ esperienza “ai confini della realtà” (come avrebbe asserito il mitico Rod Serling). Contro tutto e contro tutti, arriveranno al naturale e scontato happy-ending, che fortunatamente sembra non sembra costruito per introdurre un eventuale sequel.

Dai produttori di Twilight (e si vede) è nato quindi un altro progetto mastodontico (soprattutto a livello di marketing) che però manca totalmente di forza e carisma. Un po’ come i due protagonisti. Un Nicholas Hoult (About a boy, Paul e Chris Weitz, 2002) che a tratti sembra scimmiottare il fantastico Edward mani di forbice (Tim Burton, 1990) interpretato magistralmente da Johnny Depp, senza però averne lo spessore tecnico e il carisma.

Il risultato è un personaggio che sembra costantemente fuori dalla parte. Sia come zombie che come umano. Anche la protagonista Teresa Palmer (Sono il numero 4, D.J. Caruso, 2011) , che in certe inquadrature ricorda in modo impressionante la Bella di Twilight, non convince. Forse anche per colpa di un copione che, in pochi istanti, la “catapulta” da efferata killer di “mangia cervelli” a imbarazzata teenager senza carattere.

Inutile anche il tentativo di inserire “personalità” come John Malkovich o il bravissimo Rob Corddry, che sembrano spaesati ed ingabbiati in ruoli secondari e di basso livello.

Di fatto, come già sottolineato in precedenza, il romanzo offriva archetipi sul tema che, se ben sfruttati, potevano rendere il film un vero gioiellino. Zombie che, in qualche modo, riescono a comunicare tra loro (novità assoluta) o che possono “rubare” (vivendo una sorta di trip) i ricordi alle loro vittime, mangiandone il cervello. Buoni e cattivi che si alleano per distruggere i “cattivissimi”(Ossuti) , sono solo alcune delle brillanti trovate che, analizzate e approfondite intelligentemente, potevano (anche singolarmente) divenire spunto per un horror/romantico innovativo e originale. Obbiettivo mancato.

Per tutti i 90 minuti, infatti, assistiamo a scenette ridicole e cadute di stile che relegano la pellicola ad un’involontaria parodia dei film di genere. Senza mai trovare il bandolo della matassa, il regista, arranca mescolando ingredienti di ogni tipo senza però preoccuparsi del risultato finale che, inevitabilmente, è un polpettone privo di identità e sapore. Anche le scene clou sfumano in sordina senza dare al pubblico il tempo di assaporarne il significato intrinseco (che nel romanzo è ben spiegato). Tutto corre veloce, troppo veloce.

Le musiche, più che accompagnare lo spettatore, tendono a distrarlo. Brani certamente orecchiabili che l’esperto Marco Beltrami (Hellboy; Scream; Resident Evil) ha scelto sapientemente, ma che non si integrano quasi mai con il contesto filmico.

Javier Aguirresarobe (The Others, 2001), direttore della fotografia, ha confezionato come sempre un ottimo prodotto che però non basta a colmare le enormi lacune dell’intera pellicola.

In conclusione il rammarico più grande è certamente di assistere ad un’opera dozzinale che aveva però tutte le carte in regola per imporsi come nuovo riferimento del cinema di genere. Il consiglio per chi volesse godersi una serata in “compagnia” di terrificanti Zombie resta quello di noleggiare un dvd di Fulci o Romero. Per chi volesse della buona musica ed immagini in stile videoclip, propongo Warm Bodies.

1 commento

  1. Jonathan Levinen non mi aveva già convinto con il suo 50/50: una buona idea, ma di fatto troppo stereotipata. Dai primi minuti del film si capiva perfettamente la fine.
    Dopo il “mattone” di Twilight direi che è anche arrivato il momento di dedicarsi ad altri generi di film, ormai queste, sono pellicole viste e riviste.
    Concorde nel noleggiare un dvd di Fulci o Romero 😉

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