V/H/S/2

TFFsolo imgRegia: Simon Barrett, che gira l’episodio utilizzato cornice narrativa per tutti glialtri, Tape 49, Adam Wingard, Eduardo Sánchez e Gregg Hale, Timo Tjahjanto e Gareth Huw Evans, Jason Eisener
Anno: 2013

Un manipolo di emergenti del cinema horror (Simon Barrett, che gira l’episodio utilizzato cornice narrativa per tutti glialtri, Tape 49, Adam Wingard, Eduardo Sánchez e Gregg Hale, Timo Tjahjanto e Gareth Huw Evans, Jason Eisener ) firma i quattro episodi (più la cornice che li contiene tutti) di questo contenitore splatter che riprende la colluaduata formula collettanea del prequel (V/H/S, del 2012) in cui lavori brevi di registi diversi vengono assemblati insieme sfruttando l’espediente del rinvenimento casuale di filmati contenenti le varie storie. In questo caso si tratta di filmati in formato digitale contenuti in un PC, il che sposta in avanti l’immaginario di fondo rispetto all’episodio precedente, che era interamente basato su tecnologie di tipo analogico, e implica un considerevole aggiornamento del repertorio visivo messo in campo, che deve aggiornarsi all’estetica del nuovo supporto dei video.

Un’uomo cui viene impiantata una protesi oculare acquisisce la sciagurata facoltà di visioni ultramondane, un mountain biker durante una tranquilla escursione per i boschi scatenerà un contagio zombie, una troupe televisiva tailandese crede di  girare un normale servizio su una pacifica setta religiosa e si ritroverà affogato in mare di sangue, un gruppo di teen-ager in gita al lago farà terrificanti incontri del terzo tipo, Scelte di genere e approcci registici differenti, splatter, zombie movie, ghost story, contatti con alieni, interiora sparse e litri di sangue.LOCANDINA

Il tutto, come già avveniva nel primo episodio, viene cucito insieme attraverso una storia guida che fornisce la cornice narrativa generale.

Larry (Lawrence Michael Levine), investigatore privato, e la sua fidanzata Ayesha (Kelsy Abbott) per raccogliere informazioni utili su un ragazzo scomparso penetrano nottetempo in casa sua, lei inizia a ispezionare i contenuti del suo PC e trova degli strani filmati. E’ questa la cornice che lega insieme tutti gli episodi, e che viene narrata in maniera intermittente, negli interstizi tra un episodio e l’altro, secondo la classica struttura in crescendo disseminata di indizi e apparizioni sempre più inquietanti che acuiscono di volta in volta la tensione montante sino al climax finale. Il pericolo, ovviamente non è solo dentro il video.

Il film nel suo insieme è vario e diseguale, si alternano momenti più orrorifici ad altri più tensionali, spunti umoristici variamente truculenti (in sala si è riso moltissimo durante tutto lil secondo episodio, quello del biker che incontra gli zombies), effetti speciali e disturbi della a visione che in alcuni casi hanno prodotto effetti di un certo interesse iconico.

Non si inventa poi molto in questo film, che rinverdisce tutto il repetorio dei topoi narrativi, formali ed effettistici della cinematografia orrorifica più recente e di successo. Il vasto repertorio di montaggi ipercinetici, effettoni visivi, improvvise apparizioni, suoni ultratombali e logica mokumentary, comunque, è utilizzato con una certa intelligenza filmica, in alcuni casi,  e riesce a regalarci qualche brivido La partorientesincero, qualche picco tensionale non previsto e qualche sorpresa visiva inaspettata.

Gli elementi più ricorrenti ci sono proprio tutti. Nel primo episodio, Phase I Clinical Trials di Adam Wingard, interamente girato in pov, all’iniziale suggestione cyber-tech introdotta con la presenza dell’occhio bionico che viene impiantato sul protagonista, si sovrappongono elementi nel più classico stile ghost-story contemporaneo, sul genere Paranormal Activity, L’evocazione, La Madre e simili, le sagome antroporfe che ci sembra di distinguere per un istante nell’ombra, o che quando ci voltiamo svaniscono, gli oggetti che si muovono da soli, rumori inspiegabili. In A ride in the Park, Nell’ episodio diretto da Eduardo Sànchez e Gregg Hale (si proprio loro, quelli di The Blair Witch Project)  ci sono tutti ma proprio tutti gli stereotipi della narrazione zombesca(la trasformazione, gli sbudellamenti di umani, che qui sono messi in rappresentazione con tono particolarmente ironico, ecc.) trattati per lo più con felice ironia e applicati con una pedissequità tale da produrre veri e propri effetti comici. Più atipico per immaginario e scelte sembra l’episodio diretto da Timo Tjahjanto e Gareth Huw Evans, Safe Heaven, che tuttavia reca elementi caratteristici di certo cinema horror-gore asiatico, sopratutto per quel che riguarda il rapporto con la corporeità, mentre in Slumber Party Alien Abduction di Jason Eisener ritroviamo tutto il classico arsenale delle storie di alien abduction , i globi luminosi e le luci inspiegabili,  i rumori assordanti e, sopratutto i Grigi, i tipici alieni antropomorfi dal corpo filiforme e dal grosso cranio.ZOMBIES

L’aspetto più interessante di questo film sembra piuttosto da ricercarsi nella riflessione sul linguaggio cinematografico e sullo statuto dell’immagine che implicitamente (e non saprei dire quanto volontariamente) veicola. La questione dei supporti (la pellicola, il digitale), lo statuto ontologico dell’immagine (e del cinema) nell’era della rete, l’immagine come prodotto tecnologico e l’immagine come entità digitale, queste e ben altre questioni possono venire chiamate in causa dalla visione di questo film, a prescindere dall’ intentio auctoris dei registi. L’intero testo presenta disturbi della visione e del suono, come sfarfallii ed effetti neve, interferenze, fruscii e rumore bianco che rinviano continuamente alla natura tecnologicamente mediata dell’immagine e del suono cinematografici, e alla loro natura digitale, smaterializzata.

A questo si aggiunga che V/H/S/2 è un film-matrioska, un film che contiene (che mostra) altri film, un dispositivo metalinguistico dalla natura paradossale (guardando V/H/S/2 in realtà sto vedendo degli altri film, cioè quelli in esso contenuti, ma guardando questi film parziali posso affermare di stareguardando  V/H/S/2) che ci ribadisce, nella molteplicità dei suoi riferimenti, la vocazione intimamente rappresentativa e finzionale del cinema e la sua ibridazione con quel digitale che ne ha così profondamente modificato lo statuto.

Un film che forse ameranno più gli appassionati di linguaggio cinematografico che non i puristi dell’Horror

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