The Master

Regia: Paul Thomas Anderson
Anno:
2012

Stati Uniti, secondo dopoguerra. Il giovane Freddie Quell è un marinaio reduce dal fronte del Pacifico. Inquieto, squilibrato e alcolizzato, tenta inutilmente di reintegrarsi con alcuni lavori. Finché non incontra Lancaster Dodd, il pacioso capo di una congrega spirituale chiamata “La Causa”, che apparentemente può guarire malattie dell’animo e del corpo. Mentre il potere della setta cresce sempre di più, tra Quell e Dodd si sviluppa un intenso, ambiguo ed indissolubile legame.

Trionfatore alla Mostra del Cinema di Venezia 2012 (Leone d’Argento per la miglior regia e Coppa Volpi ex aequo ai migliori attori Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman), sospinto dal clamore mediatico, che ha intravisto riferimenti al fenomeno Scientology e al suo fondatore Ron Hubbard, arriva nelle sale l’atteso The Master.

Paul Thomas Anderson è un regista di frontiera. Per le sue storie di umanità dolente, sola e disperata, predilige spesso malferme zone di confine. O meglio, di attraversamento di soglie incerte. Di transiti da un periodo temporale (culturale, sociale, politico) all’altro, nel susseguirsi della Storia americana. Momenti di passaggio e di trasformazioni decisive (più o meno epocali).

Così era in Boogie Nights – L’altra Hollywood (1997): dagli anni ‘70 all’opulenza sgargiante degli anni ’80, dalla pellicola al videotape. Così era in Magnolia (1999): l’apocalittica fine del Novecento (la celebre pioggia di rane) e l’inizio del Nuovo Millennio all’insegna della deriva nichilista. Così era anche ne Il Petroliere (“There Will Be Blood”, 2007): l’affermarsi del capitalismo a cavallo tra ‘800 e ‘900, nel solco di una sanguinosa melma di oro nero.

The Master, tra la guerra e i primi anni ’50 (perfetti i morbidi colori vintage di costumi e scenografie), assurge allora a tassello mancante del mosaico che Anderson sta mano a mano componendo sull’America. Sulle logiche di potere e di dominio oppressivo sulla persona che, secondo il regista, ne sono il fondamento recondito (discorso che lo avvicina alla visione storico-politica del cinema di Stanley Kubrick). Tematiche universali esplorate attraverso una dimensione intima e introspettiva. Nelle pieghe di intricate dinamiche relazionali di subdola influenza e perversa fascinazione.

Ecco che allora la storia del rapporto tra i due protagonisti diventa, per estensione, la parabola di un’intera nazione (gli Stati Uniti). Costituitasi sul brutale assoggettamento di un popolo, considerato primitivo dalla superiore razza del bianco americano (proprio come fa Dodd, elevando i suoi adepti a “persone al di sopra della moltitudine”. Tutti gli altri, sono bestie da domare).

La grande famiglia americana che sguazza nel benessere e nel puritanesimo ipocrita, ma che vede puntualmente riaffacciarsi i demoni schizoidi (rappresentati da Quell) della sua violenza originaria. “Tu puoi chiudere con il passato, ma il passato non chiude con te” si diceva già in Magnolia.

Un passato di traumi incancellabili, soltanto esorcizzabili per un po’, per purificare la coscienza. (“Non portare il passato con te stasera. Lascia qui le tue sofferenze. Saranno lì ad aspettarti al tuo ritorno” confida Dodd al tormentato Freddie).

Tutto il film si regge sulla fisicità perentoria dei due protagonisti, Joaquin Phoenix (impressionante, risata isterica, occhi sbarrati e smorfia di dolore perennemente incassata in viso) e Philip Seymour Hoffman (habituée dei film di Anderson). Ripresi quasi sempre con intensi primi piani, spesso dal basso, a sottolinearne la disturbante e imperiosa incombenza.

Freddie e Dodd. Servo e padrone. Allievo e maestro. “Se riesci a vivere senza servire un maestro, qualunque maestro, torna qui e raccontalo: saresti il primo al mondo” rivela Dodd al suo protetto nel finale. Frase radicale che fissa il meccanismo di inconscia dipendenza psicologica di cui Dodd si serve nel fare proseliti.

Per il guru l’uomo è un essere essenzialmente pigro, che in fondo non ama né vuole la sua libertà, ma anzi ne è spaventato e la rifugge (come Freddie, in fuga dalla società, dagli affetti, da se stesso). Preferendo consegnarsi corpo e anima nelle mani di qualche sedicente imbonitore. Un sistema di auto-asservimento che sembra rifarsi alle tesi del trattato filosofico  Discorso sulla servitù volontaria del francese Ètienne de La Boétie (1530 – 1563).

I due personaggi sono anche corpo e mente. O meglio, metafora di un corpo istupidito (Freddie) subordinato a una mente, a un intelletto irrazionale (Dodd). Freddie incarna tutto ciò che Dodd disprezza e cerca in ogni modo di redimere: corpo vivo e pulsante, che puzza, suda, ingurgita alcool ed espelle flatulenze. Corpo istintuale di incontenibile aggressività animalesca.

Per il santone, il corpo è solo un “recipiente”  vuoto. Dodd è pura essenza spirituale (“Siamo spiriti elevati, non bestie” sentenzia). Astrazione, sublimazione e repressione degli impulsi.

Un film compatto, che vive di stranianti atmosfere rarefatte e brulicanti tensioni nervose insinuate sottopelle. Ipnotico e ammaliante. Proprio come Dodd con Freddie, quando, durante l’interrogatorio, lo obbliga (insieme a noi spettatori) a non chiudere mai gli occhi, a non distogliere lo sguardo. Imperdibile.

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