Django Unchained

Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2013

Sono passati ormai 3 anni dall’ultimo film di Tarantino (Bastardi senza gloria, 2009) che si era immediatamente imposto come cult movie grazie ad una straordinaria potenza visiva e narrativa.
Innovativo e profondamente anticonformista, il regista, è riuscito nell’arduo compito di avvicinare al suo stravagante mondo, anche il pubblico più “distratto”, che generalmente snobba il cinema d’autore.
Cinico e violento sono i due aggettivi che meglio definiscono il nuovo filone Tarantiniano, che iniziato con Grindhouse – A prova di morte e passando per Inglorious Bastards, ha portato nuova linfa vitale ad un cinema “vecchia maniera” che sembrava ormai relegato ad un passato lontano.

E’ innegabile che l’amore viscerale di Quentin Tarantino verso i B-movie e il cinema Italiano, (che tende ad omaggiare in quasi tutti i suoi film) abbia in qualche modo riavvicinato il pubblico nostrano a pellicole da tempo cadute nel dimenticatoio e ad un genere cinematografico di “nicchia”che mai come oggi è riferimento per registi e attori. Non a caso infatti, è stato eletto regista più influente degli ultimi vent’anni, il cui nome è in grado di far vendere un film più di quello di qualsiasi grande attore.
L’ultima fatica del regista Americano era quindi uno degli eventi più attesi del 2013.

A partire dal titolo, Django Unchained, è evidente il rimando al Western made in Italy a cui Tarantino si è sempre ispirato. I titoli di testa, accompagnati dall’originale ” Django” di Luis Bacalov (cantata da Rocky Roberts), ci catapultano con nostalgia verso l’omonimo film di Sergio Corbucci del 1966.
Solo per alcuni minuti però. Infatti, già dalle prime inquadrature si apre un mondo tutto nuovo. Lo spunto retrò fa solo da incipit ad un progetto ambizioso e moderno, e ad una trama che, come per i due precedenti film, è indissolubilmente legata alla ricerca della vendetta a tutti i costi.
Vendetta che, come sempre, arriva nel finale in un vortice di azione che regala allo spettatore un sentimento di profonda liberazione.

Ambientato nel sud degli Stati Uniti due anni prima della guerra civile, il protagonista Django (il Jamie Foxx di Ray, 2004) è uno schiavo, che incontrerà nel suo cammino il dottor King Schultz (un grandissimo Waltz già visto in Bastardi senza Gloria) cacciatore di taglie. Tra i due inizierà un sodalizio “professionale” ed umano. Un viaggio tra gli orrori del razzismo che vedrà il protagonista impegnato nella ricerca della moglie (anche lei schiava) e della libertà. Non prima di aver però assaporato una “gustosa” ed “esplosiva” vendetta.
Più splatter dei precedenti film, la pellicola è ricca di spunti di ottimo livello a cui Tarantino ci ha ormai abituati. Dialoghi più sobri ma pur sempre di grande impatto.

Cast stellare che vede Jamie Foxx, protagonista che non fa minimamente rimpiangere l’attore Will Smith (prima scelta del regista). Eccezionale e credibilissimo il premio oscar Christoph Waltz che riesce a mescolare carisma e sarcasmo senza diventare una macchietta.
Anche Leonardo Di Caprio risulta perfetto nel ruolo dello schiavista Calvin Candie. Per la prima volta ” cattivo a tutto tondo ” riesce ad essere al limite dell’odioso, sfornando una delle migliori interpretazioni di sempre.
Al suo fianco un irriconoscibile Samuel L. Jackson capace ancora una volta di istrionica ecletticità, grazie ad un personaggio che sembra ritagliato a sua misura.
Peccato invece per la bravissima Kerry Washington che tende a perdersi, relegata in una parte che è ben lontana dalle super eroine generalmente sfornate dal genio di Knoxville.

Il regista in definitiva non si fa mancare nulla, e dopo anni di incubazione, probabilmente nel suo momento di massima maturità artistica, riesce a confezionare un western d’autore. Non è certamente il suo capolavoro assoluto, ma di fatto é un film ispirato che dimostra la grande voglia di fare cinema di Quentin Tarantino. Senza mezzi termini, dinamico e curato anche questo (settimo) film finirà per diventare inevitabilmente un classico Tarantiniano pur mancando di quel gusto explotation che aveva contraddistinto le sue precedenti pellicole.

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