Stoker

stokerRegia: Chan-wook Park
Anno: 2013

India è un’introversa ragazza rimasta orfana del padre nel giorno del suo diciottesimo compleanno. Per il funerale giunge dal nulla il misterioso zio Charlie, fratello del defunto. Viaggiatore dal passato sconosciuto, l’uomo prende subito a stabilirsi in casa con vedova e nipote, colpite dal suo charme magnetico e inquietante. Tensioni e gelosie scalfiranno presto l’austera quiete della magione, e torbidi segreti saranno rivelati…

Quando si affronta un cambiamento, qualcosa si perde e qualcosa si acquista. Non fa eccezione il cinema del sudcoreano Chan-wook Park, che con Stoker firma la sua prima opera in lingua inglese girata in territorio USA, forte del credito raccolto con alcuni film realizzati in madrepatria (la cosiddetta “trilogia della vendetta”, iniziata con Mr Vendetta – Sympathy for Mr. Vengeance, “Bokseuneum naeul geos”, 2002, proseguita con Oldboy, 2003, e chiusa con Lady Vendetta, “Chin-jeol-han Geum-ja-set, 2005).

I marchi di fabbrica del regista, estetica visionaria filtrata in un realismo crudo, estremo, violenza come catarsi spinta all’eccesso, struttura frammentaria ed ellittica, messinscena stilizzata e claustrofobica, si trovano costretti a fare i conti con le logiche e i dettami produttivi della factory hollywoodiana.

Così, se da un lato Stoker attenua l’impeto eversivo, disturbante e radicale di Chan-wook Park, dall’altro gli conferisce una struttura più solida e coerente. Il regista è però bravo a non farsi stringere troppo, confezionando un freddissimo e lugubre thriller psicologico d’atmosfera, mantenendo le inconfondibili tracce della sua poetica.

A ben guardare, infatti, anche Stoker parla di una perversa, subdola vendetta. Condotta in segreto, coltivata con ossessione puntigliosa, maniacale. Anzi, probabilmente sono più d’una le vendette.

Certamente si tratta delle più efferate, quelle di famiglia (ricordiamo le sanguinarie esecuzioni di Mr Vendetta, innescate dalla perdita di una sorella e di una figlia, i cortocircuiti incestuosi nella vicenda di Oldboy, i genitori torturatori improvvisati di Lady Vendetta).

Anche se alla fine, come sempre in Chan-wook Park, non è mai veramente chiaro chi sia la vittima e chi il carnefice, chi la preda e chi il cacciatore. Chi (si) sta vendicando (di) chi? (il “perché?” quasi sempre è un interrogativo inutile, destinato a restare inevaso).

È solo il mite e luciferino Charlie (l’inglese Matthew Goode) a cercare rivalsa nella famiglia che lo ha espulso, negandogli l’amore dell’adorata nipote? O forse la sua vendetta prelude ad uno scontro ancor più grande? Quello di una donna nevrotica e frustrata (Nicole Kidman) che in fondo disprezza la figlia silenziosamente ribelle e rancorosa (Mia Wasikowska), in un incastro fatale di seduzioni, invidie e ritorsioni.

Sicuramente è India a cercare vendetta su tutto e tutti. Su quegli uomini rigonfi di pulsioni incontrollabili (lo zio, i compagni che la umiliano, il ragazzo che tenta di stuprarla) che vogliono ingabbiarla, impedendole la fuga (il sergente di polizia).

Come in Lady Vendetta, in un mondo di maschi ripugnanti, è la donna a vincere. Una donna consapevole, addirittura compiaciuta della propria natura votata all’aggressività. Un talento innato, pronto a manifestarsi non appena stuzzicato da un imprinting malato di eros e thanatos (l’orgasmo nella doccia e lo strangolamento in montaggio alternato).

India, lo dice lei stessa, è come “una gonna svolazzante al vento che prende forme impreviste con cose che non le appartengono”. È un frutto acerbo, una gemma chiusa, un fiore non ancora sbocciato dal quale non si sa che colore spunterà fuori (ma è facile immaginarlo, di fronte all’immagine delle corolle bianche innaffiate di sangue).

Sul versante tecnico-stilistico, da segnalare la particolare cura del sonoro. Sottotraccia di minuscoli rumori insinuanti amplificati (simbolo dell’intensa sensibilità telepatica di India): il crepitio sfrigolante del guscio d’uovo sul tavolo, il respiro affannoso, quasi in apnea, della ragazza mentre sorseggia un vino, lo sfregamento tagliente della matita temperata.

La mano del regista si vede anche negli originali raccordi visivi (la lampada traballante nel buio che oscillando spara a intermittenza le visioni di India, i capelli della Kidman virati in una distesa di fili d’erba ad aprire un flashback).

Con alcune sequenze di morbosa e affilata sensualità (Charlie inginocchiato che infila le scarpe col tacco ad India, a segnare il cambio di “passo” esistenziale della ragazza, dall’incedere morbido e fanciullesco delle scarpe basse da scolaretta in divisa alla camminata voluttuosa della mangiauomini in tacchi a spillo, gonna e camicetta).

Su tutto poi, aleggiano suggestivi echi hitchcockiani: l’intreccio che replica quello di L’ombra del dubbio, “Shadow of a Doubt”, 1943, gli uccelli impagliati come in Psyco, 1960, il salone e la scalinata ricurva su cui si muove l’ambiguo ospite come in Il sospetto, “Suspicion”, 1941).

In più, una piccola autocitazione del periodo coreano: le scatole di cartone infiocchettate, che come in Oldboy sono scrigno di segreti e identità inconfessabili e solo in ultimo si aprono a svelare davvero il mistero.

D’altronde, la vendetta è un piatto che va sempre servito freddo.

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