Smile

TFFsolo imgRegia: Michael Ritchie
Anno: 1975

Questa commedia sociale del ’75 offre uno spaccato drammatico della middle class statunitense di quegli anni, una riflessione lucida e sconsolata sulle verità esistenziali che si nascondono sotto le rispettabilissime vesti borghesi che portiamo.

Ritchie  sfrutta un concorso di bellezza per aspiranti miss, e le vicende connesse alla sua organizzazione, per mettere in scena i temi forti legati al mondo dello spettacolo e dell’immagine. In veste di organizzatori del contest troviamo Bob (Bruce Dern), popolare rivenditore di auto della zona, insieme a Brenda(Barbara Feldon), che aveva indossato la fascia di miss molti anni prima. La narrazione segue le vicende di questo cocorso  e ci racconta in regime di oggettività il quotidinao delle concorrenti e dei due organizzatori. Dal film emerge tutta la spietata de-umanizzazione-reificazione di cui sono oggetto i corpi e le personalità delle giovani concorrenti, che da persone vengono declassate a puri oggetti estetici, oggetti per lo sguardo.

E proprio lo sguardo è uno degli assi tematici portanti di questo lavoro, in cui gli atti del guardare e dell’offrirsi come oggetto di  visione fondano la logica del micro universo messo in rappresentazione, quello dei concorsi di bellezza. Il guardare o l’essere guardato si caricano di valenze significative inedite nel sistema significazionale di questo film,  in cui è fondamentale distinguere tra personaggi che guradano e personaggi che vengono guardati, vittime e carnefici, personaggi con ruolo attivo e con ruolo passivo.Oggetti incarnati di questi sguardi, sono le ragazze, che non detengono il potere attivo della visione e possono solamente subire quella altrui nella stessa misura in cui possono solamente subire l’assurda logica del sistema spettacolo cui le forzano i personaggi guardanti, madri onnipresenti in platea e dietro le quinte, personaggi maschili, organizzazione del concorso.

Il corpo filmico è intessuto di sguardi estremamente significativi, a cominciare da quelli dei giurati che delle ragazze certo esplorano molto ma non i talenti puramente artistici. Gli ammicamenti  volgari che si scambiano gli orchestrali durante le esibizioni, con tutti sottintesi che comunicano, lo spiare morbosetto (ma simpatico)  e tecnologicamente mediato dall’obiettivo fotografico del figlio di Bob che ruba istantanee delle concorrenti negli spogliatoi, per venderle agli amichetti, o quello rapito e malinconico della socia di Bob, Brenda (Barbara Feldon), che è stata miss a sua volta anni prima (questo il motivo per cui ha indetto il concorso) e  che gurda le concorrenti ma vede sè stessa, nel fulgore del suo lucente passato sconfitto dalle rughe.SMILElocandina

Quello che questi sguardi cercano nelle ragazze è una versione materialista e interessata, deviata, del talento, come dimostra la scena d’apertura ambientata durante uno dei turni di selezione del concorso, in cui una super bionda sgomina le concorrenti bruttine semplicemente tenendo una dimostrazione su come fare correttamente la valigia. E quando uno dei giurati, magari dotato di qualche scrupolo morale in più, chiede a un collega se gli sembra possibile che un un numero del genere possa interessare a qualcuno la risposta che ottiene vale  come dichiarazione programmatica dell’orizzonte etico e morale di tutto il film: « certo, il sesso interessa tutti»

I colloqui di auto presentazione delle aspiranti miss sono tremendi per vacuità e convenzionalità delle risposte, che per la tacita regola imposta dal sistema  famiglia-concorso, dovranno essere tutte improntate a un ottimismo granitico e a un candore morale disarmante nella sua falsità,  la logica spietata del concorso le irreggimenta e le condiziona, una ragazza più esperta consiglia alla compagna orfana di padre di sfruttare questo aspetto patetico della sua storia per fare impressione sulla giuria, perché «tutto conta qui», tutto può essere motivo di spettacolo, di intrattenimento in svendita, anche i sentimenti più delicati, come quelli di una figlia per il padre defunto. Di quella solidarietà tra concorrenti che sul palco viene mielosamente ostentata, ovviamente, non esiste in realtà traccia alcuna, per cui una che si fa male seriamente è solo « una concorrente in meno»

Ma ad andare in scena è anche la drammaticità delle esistenze che ruotano attorno al microcosmo del concorso. Quelle delle madri, che nella forzatura agonistica imposta alle figlie, tentano di rivivere i fasti perduti delle proprie esistenze giovanili vilipese e disseccate da matrimoni-galera e e dalla legge inesorabile degli anni. Quella di Bob, che vive con la moglie una quotidianità che tutta si risolve nell’immagine di facciata e nell’ottimismo simulato, ma che nasconde la reciproca indifferenza e quella di Brenda che con il marito ormai vive in stato di aperta belligeranza, prostrata da una sofferenza psicologica che pubblicamente cela, esattamente come Bob, dietro un’immagine di facciata brillante e risoluta.

SMILE MUTANDEAd andare in scena è anche la lubricità avvilente dei personaggi maschili, che intendono il talento delle aspiranti show-girls sulla base di qualità artistiche funzionali ai loro bassi istinti, e che per secondare questa logica si dmostrano capacissimi di corrompere principi morali decantati da loro stessi, nell’esercizio delle rispettive immagini di facciata, come il principio meritocratico o l’etica professionale.

La disamina di Ritchie è piuttosto risentita e insistitamente pone l’accento su quella filosofia del sorriso (smile) a tutti i costi da cui proviene il titolo del film, quel sistema di pensiero, quella facciata posticcia  che sostiene malamente la relazione coniugale di Bob e l’immagine sociale di donna vincente di Brenda, quel sorriso che viene sistematicamente imposto alle ragazze in maniera talmente ripetitiva, e in misura talmente abnorme, da divenire causa di danni fisici per la bocca (la solita esperta rivelerà alla amica che le vere professioniste del sorriso usano spalmarsi le gengive anteriori di vaselina per  facilitare lo scorrimento delle labbra ed evitare irritazioni. L’etica dell’ottimismo oltranzista e acritico, che anima i discorsi di Bob e delle ragazze trova la propria summa nel testo della sigla-canzone che le miss dovranno cantare in apertura della manifestazione il cui ritornello reiterato annuncia«We can see a brighter tomorrow», possiamo scorgere un domani più luminoso.SMILEgirls

Un sorriso che diventa orrendo questo, perché  nella imposizione forzosa perde la sua natura di espressione spontanea di una emozione piacevole e diventa uno strumento di manifestazione di una condizione sociale ( sul genere va tutto bene, siamo benestanti, siamo felici e quindi sorridiamo), di  seduzione, e di celebrazione dello status quo (sul genere sorridiamo perché questo mondo è bellissimo e tutto va bene) e nella moltiplicazione imposta alle ragazze il sorriso perde anche il valore della saltuarietà, il suo essere prezioso proprio perché raro.

un linguaggio filmico aderente al reale, privo di accidenti stilistici o deformazioni di segno espressionistico, un montaggio paratattico e lineare che facilita la leggibilità narrativa del testo. i tempi del racconto sono quelli un po’ dilatati e lenti tipici di quella stagione del cinema, che la sensibilità odierna tende a percepire come troppo dilatati e troppo lenti, ma che qui non disturbano

L’interesse maggiore è da ricercarsi nelle performances attoriche di Dern e della Feldon che creano due diverse maschere dell’ottimismo fasullo, due differenti paradigmi della dissimulazione, ognuno secondo una diversa sensibilità attorica ma riuscendo entrambi a consentire di leggere in trasparenza tutta la disperazione di questi personaggi.

Nulla di nuovo, certo, però Smile ha quella solidità vintage dei bei film di tanti anni fa che oggi troppo spesso si tralascia, decisamente consigliato ma solo agli amanti del genere e di quel tipo di tempistiche della narrazione.

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