Prometheus

Regia: Ridley Scott
Anno:
2012

Un prequel autoriale che si affida troppo agli effetti speciali.

Dal prequel di un film (o di una saga) di culto non si sa bene cosa aspettarsi.
Prometheus è un’operazione ambiziosa, non soltanto per il budget o per gli effetti speciali mirabili ma perché ambisce a gettare le fondamenta di una mitologia che attraversa la storia del cinema da oltre vent’anni.
Questa scelta, interessante a livello concettuale, una volta attualizzata non si è dimostrata vincente. Guardiamo dunque a Prometheus prima come prequel di Alien (Ridley Scott, 1979) e successivamente come opera autonoma.

Anche chi ricorda approssimativamente Alien ritroverà qui molti elementi che ricorreranno nella saga: il robot dall’aspetto umano, le crio-cabine, le creature aliene pericolose, un equipaggio politically correct (vi sono uomini e donne, il bianco, il nero e il “giallo”), l’eroina che risulta l’unica umana sopravvissuta. Era inevitabile che, sebbene tutti noi fossimo coscienti che Prometheus fosse un’altra storia rispetto alla saga di Alien, ci aspettassimo di vedere il mostro, prima o poi, saltare fuori. Non così poi, però.

Delineare le novità di questo prequel è più difficile. Che cos’ha in più rispetto agli altri film della saga e agli altri film dello stesso genere? Non molto. Se infatti rivolgiamo il nostro sguardo critico solo all’interno del film, alla sua storia e al suo universo, non emergono elementi molto positivi.
I personaggi non evolvono e sono talmente stereotipati da non risultare né credibili né simpatici; il loro spessore psicologico è praticamente nullo Meredith (Charlize Theron) è la cattiva, punto, e le dinamiche relazionali sono così scontate da rasentare il cliché: non credo vi siate stupiti di trovare il vecchio Weyland (Guy Pearce) vivo e vegeto sulla nave o di scoprire che Meredith fosse sua figlia.

I dialoghi sono banali e il dottor Holloway (Logan Marshall-Green) sembra non avere altra funzione se non quella di mostrare il fisico. Il robot (Michael Fassbender) ha un’intelligenza superiore (non in assoluto, ma rispetto alla media dell’equipaggio) e un’auto-consapevolezza inspiegabile per un essere artificiale. L’inconsistenza dei personaggi va di pari passo con l’inconsistenza e l’incongruenza della storia: i comportamenti spesso non si spiegano e nemmeno gli accadimenti.

Se non fossimo stati abituati da film come Matrix (Andy & Larry, Lana Wachowski, 1999) a riflettere sull’ontologia della realtà in cui viviamo, potremmo trovare innovativa la riflessione di Ridley Scott sull’esplorazione delle nostre origini; purtroppo in questo il regista non ha avuto tempismo cinematografico.

Ciò che invece del film possiamo apprezzare è il suo fingere di indagare il passato per porre domande sul futuro, non solo degli abitanti dell’universo diegetico di Prometheus ma del genere umano stesso.

L’ambiguità dei segni lasciati da un’altra specie e l’indecifrabilità del comportamento dei nemici sono in realtà eccellenti metafore della società contemporanea, in particolare dell’incomprensione tra le culture e delle guerre del nuovo millennio che non hanno mai un vincitore e un vinto, una parte assolutamente nel giusto e una nell’errore.

Ridley Scott, fedele alla tematica dell’uomo in lotta contro l’ambiente circostante, si riconferma qui Autore anche per altri due motivi. In primis perché sa re-immergersi in un universo diegetico già costituito per dipingere il ritratto di un’eroina Elizabeth Shaw (Noomi Rapace) che, unico personaggio degno di tale nome, rappresenta il perfetto antecedente della Ripley di Sigourney Weaver.

In secondo luogo, su più larga scala, perché riveste una storia fantascientifica di un manto metaforico, riflettendo sull’origine dell’uomo unendo scienza, filosofia e religione, con lo scopo di illustrare la complessità di un concetto astratto (ma con implicazioni molto concrete) come quello di fede.

[adsense]

Add Comment