Molto forte, incredibilimente vicino

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Regia: Stephen Daldry
Anno: 2011

Dal romanzo Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer, un film sul dolore della perdita e sulla ricerca di senso, la storia di una chiave che non ha porte da aprire.

Senza alcun valido motivo, il film non è andato oltre la nomination all’Oscar come miglior film e migliore attore non protagonista, nonostante un cast di tutto rispetto (Sandra Bullock, Tom Hanks, Max von Sydowe la candidata all’Oscar per The Help, Viola Davis). Lo stesso protagonista Oskar Schell (Thomas Horn) avrebbe meritato un premio, per l’ottima interpretazione (credibile e commovente).

E’ la storia di un bambino (che è anche quella di molti bambini) che vive il padre come accesso al mondo. Mr. Schell (T. Hanks), lo spinge a fare esperienza, socializzare. Lo convince ad impegnarsi in improbabili missioni esplorative alla ricerca di un sesto distretto di New York (che però non è mai esistito) spacciandolo per un misterioso isolotto inabissatosi o trascinato via e perduto per sempre, come Atlantide, come l’infanzia, come il passato.

E’ un’occasione per spingerlo a conoscere gente nuova e diversa, a superare paure immotivate e  crescere all’insegna della curiosità verso l’altro da sé, nell’eterna ricerca (di se stessi, di un senso). E’ cedere il testimone generazionale dei ricordi, che sopravvivono solo passando di padre in figlio.

L’avvicinarsi al padre (che morirà nel crollo delle torri gemelle) è anche seppellire l’infanzia ed entrare nell’età adulta (quella che contempla la morte) ed allontanarsi dalla madre (interpretata da una Sandra Bullock poco consistente) che è nascita.

Uscire all’esterno, alla ricerca di una serratura improbabile per una chiave trovata per caso nell’armadio del padre e senza alcuna etichetta. Ricerca che costringe il protagonista ad abbandonare il luogo protetto sotto al letto (quello in cui si nasconde, in posizione fetale) che è utero protettivo.

L’imperscrutabilità del destino è rappresentata dalla chiave priva di una serratura da aprire. E’ provare e fallire e rivivere l’ abbandono in tutte le sue forme.
L’unico indizio, in questa ricerca, è il cognome Black scritto sulla bustina che conteneva la chiave. Black/nero, colore del mistero, dell’orizzonte sconosciuto, del lutto.

Oskar, il bambino che parla come un adulto, incontra centinaia di persone, si apre (lentamente)  verso l’esterno. Eppure, il rapporto con la madre è riassunto nella scena in cui comunica con lei solo attraverso la porta chiusa della sua stessa casa.

Incomunicabilità che è negazione della consapevolezza stessa della morte (eventualità inaccettabile).

Negazione che è ansia del futuro che verrà, ma anche dilatazione del tempo che possa occultare le prove della morte del padre (che ormai è fagocitato dalla sua bara vuota e conservato in un’urna sui generis, rappresentata dalla segreteria che contiene le sue ultime parole).

Incomunicabilità che tocca il suo apice nell’incontro fra Oskar e l’ospite segreto (Max Von Sydowe) che vive in casa della nonna paterna e che è chiuso in un mutismo assoluto dai tempi del bombardamento di Dresda (in cui ha perso entrambi i genitori).

Molto forte, incredibilmente vicino (“Extremely Loud & Incredibly Close”), (ri)propone il tema della  vita vissuta alla continua ricerca di un senso impossibile da trovare, un guardare oltre la siepe (di leopardiana memoria) che è scalare le macerie delle Twin Towers e proseguire.

Oskar raccoglie nel suo diario di viaggio  impressioni di ogni persona incontrata. Scatta foto che cristallizzano espressioni di perdita, negazione,  fede.

La ricerca è  passaggio dalla disperazione collettiva (delle migliaia di vittime e delle centinaia di migliaia di sopravvissuti e testimoni) a quella individuale di Oskar ed ancora da quella della sua vicenda personale a quella collettiva. Estendere il tempo della memoria ed estendere anche il proprio dolore ad altri, perché si espanda fino a diventare un territorio virtualmente infinito ed impossibile da superare.

“Le persone non sono come numeri” , infatti . “Sono più come lettere. E quelle lettere vogliono diventare storie”. E le storie devono essere condivise.

I numeri, però, si ripropongono – come un mantra – per l’intera durata del film.
La storia ha inizio a partire dal numero sei del distretto fantasma, sei sono i messaggi lasciati dal padre, intrappolato all’interno di una delle due torri, sulla segreteria telefonica di casa.

Prologo, svolgimento, epilogo. Le nove frasi ripetute nel sesto ed ultimo messaggio nella segreteria telefonica sono il sei capovolto che chiude il cerchio e la storia: è inutile cercare ciò che non c’è.
Il sesto distretto è scomparso, nonostante abbiano cercato di trattenerlo. Se n’è andato e non ritornerà più (così come il padre).

Sei i gradi lo separano dalle persone che potrebbero aver avuto a che fare col padre.

Sei che, cabalisticamente parlando, è il numero che rappresenta il marito (colui che protegge la famiglia) o il segreto conservato gelosamente (Oskar sostituisce la segreteria di casa con una nuova e senza messaggi, allo scopo di occultare le ultime parole del padre, perché non possano irrompere nella realtà).

Sei sono i minuti che il bambino aveva preventivato di dedicare ad ogni nuova persona incontrata, ma che risultano essere sempre troppo pochi per ascoltare ogni nuova storia.

La sesta spedizione esplorativa è l’ultima e  chiude il film.
La ricerca non consente di  raggiungere il padre attraverso il ricordo, ma spinge verso la consapevolezza che è andato per sempre e che è necessario crescere.

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