Battleship

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Regia: Peter Berg
Anno: 2012

Ci voleva anche Rihanna, tra effetti speciali (spettacolari) ed umorismo infantile…praticamente Balle (navali) spaziali.

L’idea per il film è arrivata col noto gioco Battaglia navale, forse perché uno dei produttori è la Hasbro (conosciuta per il Monopoli)  che propone (forse è un caso anche questo?) il gioco Battleship Movie Edition (confezione modernissima per un gioco da foglio a quadretti, nell’ora di supplenza).

La storia parte da un flashback datato 2005, quando la NASA da il via al Progetto Beacon, finalizzato al contatto con eventuali forme di vita intelligenti sul più vicino pianeta abitabile, il pianeta G.
Sette anni dopo, nel 2012, gli alieni che abitano (effettivamente) il pianeta G, decidono di raggiungere la Terra, allo scopo di colonizzarla (rapporti pacifici con gli alieni non si sono più verificati dai tempi di Incontri ravvicinati del terzo tipo, diretto da Steven Spielberg nel 1977).

Nemmeno gli avanzatissimi (ma malvagi, perché umanoidi) alieni sono organizzati ed efficienti come ci si aspetterebbe (e come erano quelli del remake de La guerra dei mondi, diretto da Steven Spielberg nel 2005), tant’è che la loro flotta esplorativa perde il modulo di comunicazione a contatto con l’atmosfera terrestre (tanta intelligenza superiore, inimmaginabile tecnologia e scudi impenetrabili non sono bastati ad evitare che il modulo si schiantasse contro un misero satellite in orbita).

Decisi ad invadere comunque il pianeta, si dirigono verso il centro di comando del Progetto Beacon (situato alle Hawaii e da dove il messaggio terrestre è partito), per utilizzarne i ripetitori e dare il via all’invasione vera e propria.  Per non essere disturbati dagli autoctoni, innalzano un indistruttibile campo magnetico che intrappola (involontariamente) tre navi da guerra (due americane ed una giapponese), impegnate in una esercitazione militare interforze.

Tre cacciatorpedinieri basteranno, infatti, ad annientare evolutissime armi da guerra aliene (e già questo è fantascientifico).

L’arma segreta degli umani è accecare  i nemici con una bella dose di luce solare diretta (non la amano, tant’è che vestono sempre una sorta di occhiali da sole), bypassando il fatto che le astronavi aliene siano fornite di sofisticatissimi  puntatori termici e ad infrarossi (che della luce solare dovrebbero tranquillamente fregarsene).

Alieni che vanno annientati, nonostante sia chiaro che non attacchino niente che non cerchi di nuocergli prima e che riconoscano e rispettino gli esseri viventi che trovano sul loro cammino (animali inclusi).

Poggiato su basi fragili anche il presupposto che vogliano comunicare con il loro pianeta al fine di dare il via ad una bella invasione cruenta (nel film, gli alieni non dichiarano mai le loro reali intenzioni).
Sceneggiatura mediocre, quindi.

Gli effetti speciali, invece, sono notevoli e basterebbero a giustificare il prezzo del biglietto, nonostante l’interpretazione (clownistica) dei protagonisti: Taylor Kitsch (quello di X-Men le origini – Wolverine, diretto da Gavin Hood nel 2009), Alexander Skarsgård (che era decisamente più fascinoso come vampiro nella serie TV True Blood ed un soldato più credibile in quella intitolata Generation Kill), Liam Neeson (che è passato alla storia con Schindler’s List, diretto da Steven Spielberg nel 1993 e che avrà sulla coscienza la partaccia che gli hanno assegnato in Battleship), Brooklyn Decker (che poteva, tranquillamente, limitarsi alle serie TV Chuck e Ugly Betty) e Rihanna, al suo esordio cinematografico, nel ruolo della soldatessa perfetta (una ciliegina sulla torta, insomma).

Battute in stile Balle Spaziali (Mel Brooks, 1987) e recitazione istrionica, surclassate da astronavi ipertecnologiche e componibili alla Transformers (Michael Bay, 2007) ed alieni corazzati alla Predartor (John McTiernan, 1987), che – a volte – ricordano il D-3BO di Guerre stellari (George Lucas, 1977).

Per quel che riguarda la comunicazione con lo spazio profondo, il film è pieno di inesattezze e previsioni impossibili.

In primis, è dagli anni ’70 dello scorso secolo che il Dott. Frank Drake si occupa di progetti volti a comunicare con eventuali forme di vita intelligenti, sperdute nello spazio.

Il Radiotelescopio di Arecibo (Puertorico) trasmette dal 1974 verso l’ammasso globulare di Ercole M13, che dista 25.000 anni luce dalla Terra ed impiegherà (noi non ci saremo a verificarlo) altrettanti anni ad essere raggiunto da un’eventuale risposta (non i miseri 12 anni del film).
Si poteva anche citare il progetto SETI (“Search for Extra-Terrestrial Intelligence”), messo in piedi sempre dal Dott. Drake, ma gli sceneggiatori, evidentemente, non erano pagati abbastanza.

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