Lezuo

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TFFsolo imgRegia: Giuseppe Boccassini
Anno: 2013

Nella sua giornata inaugurale il Torino Film festival offre in visione ai propri spettatori Lezuo, di Giuseppe Boccassini, testo estremo per tenore stilistico e certo difficilmente esportabile al di fuori del contesto festivaliero, in ambito generalista.

Trattasi infatti di un breve testo (17 min.) in cui l’ordito narrativo, che seppure non molto strutturato è ben presente, si dissimula al di sotto di un piano del visivo sottoposto a pratiche deformative rigorosamente non digitali, come l’uso di lenti deformanti e di una pressoché totale messa fuori fuoco delle immagini, che praticamente annullano la riconoscibilità per lo spettatore di qualsivoglia oggetto di visione.

A offrire lo spunto a Boccassini per questa astratta peregrinazione percettivo-sensoriale è un viaggio per la Merica, compiuto nel 1843 da Andrea Lezzuo, intagliatore di Arabba, nelle Dolomiti. Nella resa filmica di questo viaggio si sceglie deliberatamente di abbandonare il principio della mostrazione,cioè  del narrare mostrando, più comunemente praticato al cinema, e si adotta un tipo di comunicazione sensoriale, che nulla ci dice relativamente alla sequenza di eventi occorsi al nostro intagliatore coraggioso (funzione narrativa), ma che intende restituirci leLZUOrosso sensazioni fisiche e i conseguenti ricaduti di tipo emozionale che il protagonista ha esperito durante la sua avventura. Ecco che allora gli oggetti di visione che fanno parte della sua storia, la grande nave, i paesaggi marini prima e le bigie geometrie metropolitane, poi, si trasformano in vere e proprie opere pittoriche in movimento, dipinti luminosi dal carattere astratto e mutevole, che attraverso i cromatismi, le variazioni volumetriche, le deformazioni ecc.  intendono suscitare in noi le sensazioni provate del Lezuo, a contatto con il grande mare, sulla nave, durante l’incontro con una balena, in città ecc.

I suoni del mare e del viaggio, manipolati e destrutturati, danno vita a composizioni dal carattere rumorista e astratto, espressionista, nel senso che intende riprodurre la sensazione, non il suono, delle varie situazioni.

Materie cromatiche pure, conformazioni biologico-cellulari, variazioni affascinati sul blu e sul rosa, rossi ematici dei tramonti contro il grigio distopico della metropoli.

LZUO BALENA imgnLa scelta di limitare l’uso di effetti a quelli analogici e ottenibili tramite l’obiettivo della macchina da presa, secondo chi scrive, limita leggermente le possibilità espressive del Boccassini, e forse appiattisce un po’ il suo lavoro, rendendolo deformativo, sì, ma sempre un po’ uguale a se stesso al di là dell’estrema variabilità di forme che esibisce.

Personalmente, alcuni forse non saranno d’accordo, mi sento di premiare soprattuto il coraggio di questo artigiano nobile del cinema, che è regista, montatore e direttore della fotografia, perché non ha paura di forzare il linguaggio filmico, di portarlo a conseguenze anche estreme quando richiesto, pagando lo scotto di una comodità di fruizione diminuita per lo spettatore.

Una bella parentesi onirico-psochedelica, insomma, dai colori a dir poco seducenti che tuttavia risulterà respingente per i più, come credo fosse nelle intenzioni (nobili) del regista.

1 commento

  1. Vicinelli ha spiegato al volgo, con semplici parole, il lavoro di Giuseppe Boccassini che con coraggio si impegna in una forma forse “vecchia” e già vista per proseguire nella sua personale ricerca espressiva, senza raggiungere completamente i traguardi soddisfacenti che risulteranno certamente ostici da apprezzare da parte di alcuni.

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