La sposa promessa

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Regia: Rama Burshtein
Anno:
2012

Shira è una giovane israeliana che vive nella comunità ebraica di Tel Aviv. È in attesa di conoscere l’uomo che i genitori le hanno scelto come marito, quando la sorella maggiore Esther muore improvvisamente di parto. La famiglia, preoccupata per il destino del nascituro, spingerà Shira a sposare il cognato vedovo Yohai.

A prima vista, per lo spettatore occidentale, l’opera prima di Rama Burshtein può risultare un testo ambiguo e spiazzante. Un film difficile da interpretare.
Ci parla forse del fanatismo del potere religioso? Di obblighi e divieti repressivi, imposti dal maschio-padrone alla donna sottomessa? (su questi temi riflettevano Kadosh (Sacro), “Kadosh”, di Amos Gitai, 1999, e l’intenso Donne senza Uomini, “Zanan-e bedun-e mardan”, di Shirin Neshat, 2009). Oppure, al contrario, è una lucida e partecipe messa in scena dei rituali dell’ebraismo più ortodosso, di cui la regista stessa fa parte? Nessuno dei due casi.

Il film aggira il confronto tra poli opposti. Tra sfera religiosa e mondo laico. Riesce a superare barriere e distanze culturali enormi. A dire qualcosa di molto più interessante, toccando temi universali. Perché descrive drammi e sofferenze umane. Tormenti e ferite dell’animo, sentimenti trattenuti e sensi di colpa. L’insicurezza e la paura di non farcela, di non essere all’altezza del compito. Di non avere dentro di sé la forza di prendere la decisione giusta, per sé e per la propria famiglia. Sono questi i dubbi che affliggono Shira (Hadas Yaron, premiata come miglior attrice alla Mostra del Cinema di Venezia). Confusa e disorientata. In bilico tra il giovane che la vuole come sposa e l’unione con il cognato, molto più vecchio di lei.

Tuttavia, per le donne ortodosse, ciò che viene percepito come una mancanza non è la negazione di libertà, del diritto di scegliere e di realizzarsi in piena autonomia. Si sentono invece  umiliate quando sono private della possibilità di aderire al ruolo stabilito per loro (quello di mogli e madri esemplari). Quando non possono soddisfare le aspettative del nucleo familiare. Norme e disposizioni vissute non come brutali costrizioni, ma accettate con rispetto, assunte responsabilmente in prima persona. Le uniche possibili per sancire identità e appartenenza della donna al gruppo sociale. Anche la zia nubile di Shira ne è cosciente (“Tutti gli scapoli sono stupidi”).

In Shira c’è la dolorosa presa di coscienza di chi è consapevole del proprio ruolo. Del posto che dovrà occupare nella comunità. Chiamata a onorare un impegno per il bene di tutti. Colmare il vuoto (quello lasciato dalla morte della sorella). Fill the void, come recita il sottotitolo inglese che accompagna il film. Per mantenere l’unità e l’integrità della famiglia. “Che cosa devo fare?” chiede Shira alla madre in un momento di sconforto. “Non devi fare niente” è la risposta. Non è passività rassegnata, ma l’accoglienza benevola di un destino già scritto, che deve compiersi, inesorabile.

Shira non è afflitta perché non può sposare l’uomo che ama. Semplicemente, soffre perché la sua “prima volta” all’altare sarà rovinata per sempre. Non sarà un matrimonio realmente “suo”, ma la prosecuzione di quello della sorella, prematuramente interrotto.
Shira deve rinunciare alla gioia di essere scelta come moglie da un pretendente (come accadrà invece a Frieda, l’amica di Shira chiesta in sposa da un anziano rabbino). Esclusa da quel mercato di proposte e promesse in perenne oscillazione. Dove si incontra il partner prescelto al centro commerciale, reparto latticini. In cui rilanci e ritrattamenti sono all’ordine del giorno (“Non ho ancora ricevuto offerte interessanti” rivela il vedovo Yohai alla suocera).

Un film colmo di silenzi, atmosfere sospese e dilatate, attese ansiose. Di suggestioni e sottili tensioni psicologiche, più che di veri eventi narrativi (in questo ricorda lo stile del recente Una separazione, “Jodai-e Nader az Simin”, Asghar Farhadi, 2011).

Rama Burshtein opta per una regia pulita e rigorosa, senza virtuosismi. Pedina da vicino i personaggi, privilegia primi e primissimi piani. Unica eccezione alcune inquadrature dall’alto (il battesimo del neonato, Shira raccolta in preghiera nel suo letto) che simboleggiano la presenza del divino, unico sguardo onnicomprensivo e totalizzante su un’umanità frammentata. Un occhio così pudico che quasi mai riprende uomini e donne insieme, sempre colti in gruppi distinti.
Campi e controcampi sono praticamente assenti, con un uso sistematico dell’effetto fuori-fuoco nei dialoghi tra i personaggi: chi parla è sempre offuscato, chi dovrebbe ascoltare è perso in un’espressione fissa nel vuoto. Come alla ricerca di una trascendenza, di una comunicazione possibile solo con Dio.

Il film sembra porre una domanda: cos’è meglio per la vita dell’individuo all’interno della società? Rigide regole, che donano protezione e stabilità? O una libertà totale da ogni vincolo, però rischiosa e forse, in definitiva, falsa? Per questo il film merita la visione, anche se la risposta non c’è.

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