Il ministro – L’esercizio dello Stato

Regia: Pierre Schoeller
Anno: 2011

A notte fonda, il Ministro dei Trasporti francese Bertrand Saint-Jean è svegliato da una telefonata del suo segretario: deve immediatamente recarsi sulle Ardenne, dove un bus carico di adolescenti è uscito di strada causando una decina di morti. La tragedia è subito al vaglio di stampa e televisioni, con Saint-Jean che prova a rassicurare tutti con banali discorsi di rito. Proprio da qui comincia la crisi del ministro, politico generoso e ragionevole che verrà travolto da infide strategie e spietate logiche di potere.

Non è un film di denuncia indignata, Il Ministro –  L’esercizio dello Stato (“L’Exercice de l’État”), uscito in Francia nel 2011 e solo ora sugli schermi italiani (forse proposto sulla scia di una serie di recenti opere nostrane imperniate sul tema politico, da Viva l’Italia, 2012, di Massimiliano Bruno a Viva la libertà, 2013, di Roberto Andò, e Benvenuto Presidente!, 2013, di Riccardo Milani).

L’accento non è tanto sulla corruzione, il malaffare e il marcio della politica. Nemmeno ci si prende troppo gioco dei boriosi protagonismi del potere, irridendo vizi, eccessi e gozzovigli delle classi dirigenti (se non nella sequenza iniziale del party notturno nelle stanze del Ministero).

Non ci sono politici ladri, brutti e cattivi a priori. Né cittadini onesti e virtuosi per definizione. Non si fanno caricature né si dipingono mostri. Non si semplifica, senza incasellare le figure in gioco in facili stereotipi (prassi che purtroppo marchia, con poche eccezioni, quasi ogni pellicola italiana che tenti un discorso sulle contraddizioni della politica).

Il film di Schoeller è piuttosto una lucidissima e coraggiosa analisi sulla natura intrinseca del potere politico. Sul peso debordante e svilente che grava su chi è chiamato ad incarnarlo costantemente sulla propria pelle.

Qualcuno, non senza ragione, potrebbe domandarsi se sia opportuno, in tempi di crisi, descrivere un politico ricco e affermato come individuo debole dall’equilibrio precario, quando ci sono migliaia di “veri” poveri che versano nella miseria.

Ma il film è coraggioso proprio per questo. Evitando posizioni inutilmente demagogiche, Schoeller sceglie una visione dall’alto, collocandosi sull’ambiguo versante dei padroni.

Per indagare sul potere che dilania e consuma le vite di coloro che gravitano nelle sue macchinazioni. Non si parla di ciò che c’è “dietro”, ma di cosa sta “dentro” la politica. Quel combustibile di corpi di cui si alimenta per continuare a perpetrarsi.

La cinepresa si muove in interni, negli stretti corridoi e nei saloni austeri ed eleganti di lussuosi palazzi. Tutto contribuisce a creare un senso di chiusura stagnante e sigillata, di claustrofobia e soffocamento (Saint-Jean ha delle visioni in cui viene strozzato con una busta di plastica, sogna dei servitori incappucciati che sistemano la tappezzeria e riordinano il suo ufficio).

Il ministro si trova ingoiato in un sistema opprimente, ma di cui non riuscirà più, masochisticamente, a fare a meno (si spiega così l’immagine-simbolo del film, quel sogno surreale in cui una ragazza nuda penetra tra le fauci di un coccodrillo, che provoca a Saint-Jean un’imbarazzante erezione).

Intrappolato su un percorso accidentato e sdrucciolevole, quello della scalata ai vertici e alle poltrone del partito. Schoeller fa simbolicamente capottare la dissennata corsa ad un potere senza freni (la scena dell’incidente in autostrada con l’auto blu del ministro che si rovescia sull’asfalto).

La strada verso la pubblica gloria è colma di buche e brusche interruzioni. Incastrati in un mondo da cui è impossibile uscire illesi (come dalla macchina incidentata).

Come dice lo stesso Saint-Jean, “la politica è una ferita permanente” le cui cicatrici non si rimarginano e in cui i lividi continuano a pulsare.

In questo scenario, il Ministro protagonista è un capitale umano da spolpare, una vittima sacrificale dello Stato tanto quanto il comune cittadino (l’autista), se non in  misura maggiore.

L’esercizio dello Stato è un mestiere troppo duro per chi non ha la necessaria arroganza arrivista. Per chi come Saint-Jean non ha lo stomaco per reggere (prende pillole, vomita e ha crisi respiratorie quando la tensione comincia a salire).

È un politico indistinto, come lo definisce il suo consigliere Pauline. Fondamentalmente onesto ma senza appeal. Uomo capace ma incerto, freddo e poco comunicativo (ottima in questo senso la prova di Olivier Gourmet). Non spendibile sul palcoscenico mediatico della politica di oggi. Dove ci si preoccupa di quale cravatta indossare e delle frasi ad effetto da snocciolare davanti alle telecamere. In cui contano gesti pomposi sbandierati a gran voce, non importa se sconclusionati.

Una storica riforma a cui apporre il proprio nome, seppur profondamente ingiusta  e dannosa, è preferibile a un’onestà anonima e a una condotta coscienziosa. “Ciò che conta è la percezione, non la realtà” dovrà ammettere un ormai cinico Saint-Jean.

Un pungente dramma personale che spiega i meccanismi universali alla base della politica. Da non perdere.

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