Il Grande Gatsby

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Il Grande Gatsby

greatgatsby-posterAnno: 2013
Regia: Baz Luhrmann

Confrontarsi con uno dei romanzi più celebri della letteratura contemporanea è di per se impresa complicata. Riproporne al pubblico una nuova versione cinematografica (con questa siamo alla quarta dacché il romanzo è stato pubblicato nel lontano 1925), probabilmente, lo è ancora di più.
Se però al timone di questo progetto troviamo l’unico regista che è stato in grado di portare in sala Romeo e Giulietta (Romeo + Giulietta di William Shakespeare, 1996)  di Shakespeare in una chiave del tutto nuova rispetto alle precedenti trasposizioni, allora le cose cambiano. E di parecchio.

Il film è Il Grande Gatsby, la mente che lo ha partorito è quella di F. S. Fitzgerald e il regista di questa nuova interpretazione è nient’altri che Baz Luhrmann, visionario, eccentrico ed eclettico regista australiano che, tra l’altro, portò sullo schermo anche uno scintillante Moulin Rouge nel 2001

Ora, da un punto di vista meramente artistico solo questo trinomio basterebbe per incuriosire tanto l’appassionato di cinema, quanto quello di letteratura. Il primo potrebbe chiedersi come, nel 2013, si possa ricreare lo stile, lo charme, l’opulenza  degli “Anni Ruggenti” e la vicenda che muove tutto il romanzo senza cadere nel ridicolo, nel già visto o nel già sentito.

Il secondo, invece, legato alle parole dell’autore forse più odiato da generazioni di studenti americani che infinite tesine hanno dovuto redigere sul suo capolavoro, avrebbe la possibilità di vedere come, a distanza di novant’anni, si possa dare una nuova interpretazione alla drammatica storia di Jay Gatz.

Il Grande Gatsby è senza ombra di dubbio quello che comunemente viene definito “il romanzo americano” per antonomasia, senza nulla togliere al lavoro di grandi scrittori come Steinbeck, Hemingway o Salinger solo per citarne alcuni tra i più noti. Fitzgerald immortalò, quasi un secolo fa, un momento della storia americana che non tornerà mai più, il crepuscolo di una generazione che di li a pochi anni si sarebbe dovuta scontrare con la Grande Depressione e col secondo conflitto mondiale. Uscendone profondamente e radicalmente cambiata.

La coralità della vicenda, cristallizzata in quell’estate trascorsa a West Egg, New Jersey, gli eventi in essa narrati e il modo in cui l’autore li ha descritti, hanno fatto sì che il Grande Gatsby fornisse ad almeno tre generazioni di lettori e spettatori di godere, da un lato, di un romanzo ancora attualissimo e, dall’altro, di  vedere in che modo le vicende narrate da Nick Carraway evolvessero nel corso dei decenni.
Una prima versione cinematografica, da tempo perduta, uscì nel 1926, cui segui quella del 1949 (Il Grande Gatsby di Elliot Nugent) e, quella forse più celebre, del 1974 ad opera di Jack Clayton con uno straordinario Robert Redford (La Regola del Silenzio, da lui diretto nel 2012) nello smoking dello sfortunato Gatsby e una struggente Mia Farrow (Broadway Danny Rose di W. Allen, 1984) nei panni di Daisy Fay.

Oggi, a quarant’anni dall’ultima volta che Nick Carraway (voce narrante nel romanzo e nel film) raccontò ciò che accadde in quell’estate del 1922, la storia partorita dalla mente di F. S. Fitzgerald torna nelle sale per conquistare una nuova generazione di lettori e amanti del buon cinema.

Il merito di tutto questo è sicuramente da attribuire alla genialità di Luhrmann che, quasi fosse un biglietto da visita, è riuscito ancora una volta a spiazzare lo spettatore con una pellicola che brilla come un diamante e suona come un DJ impazzito. Una delle note distintive del regista australiano, infatti, sta proprio nel coniugare – apparentemente in maniera assurda – immagini e musiche che non potrebbero convivere nello stesso spazio-tempo. Così, se nelle versioni precedenti del film, e nell’orecchio del lettore che immaginava le favolose feste nella villa di West Egg, il jazz faceva da colonna sonora a tutta la vicenda, in questo Gatsby 4.0 sono artisti contemporanei del calibro di Jack White, Jay-Z, Florence and The Machine a far da coro alla storia di Fitzgerald. E, neanche a dirlo, l’effetto è sorprendente! Il film è scintillante, intenso come i colori da cui è composto. Non c’è un lustrino, una bollicina di champagne, una notte stellata che non sia dove dovrebbe essere. E immagini, musica e trama rendono questa storia quasi centenaria un qualcosa che sicuramente conquisterà una nuova generazione così come hanno fatto in precedenza le altre.

Luhrmann si è limitato a raccontare la storia né più né meno di come era stato fatto in passato. D’altronde la vicenda è la stessa. I personaggi sono quelli. L’epilogo del film è noto. Ma il folle australiano l’ha fatto a modo suo. Eccedendo. Andando oltre.

Cast allo stesso livello della regia. Un Leonardo DiCaprio (The Departed – Il Bene e Il Male di M. Scorsese, 2006) impeccabile nel ruolo del misterioso e tormentato miliardario Jay Gatsby. Un decisamente più maturo Tobey Maguire (Le regole della Casa del Sidro di L. Hallstrom, 1999) nella parte di Nick Carraway intento a  narrare la vicenda e ad essere spettatore e, al contempo, protagonista di quanto accadde quell’estate. Una deliziosa Carey Mulligan (Drive di N. W. Refn, 2011) che non sfigura di fronte alla Daisy interpretata da Mia Farrow nel 1974. Nel ruolo del fedifrago campione di polo Tom Buchanan nonchè marito di Daisy, Joel Edgerton, già ammirato nel Zero Dark Thirty di K. Bigelow pochi mesi fa.
Personaggio secondario cui, tuttavia,  è stato dato il giusto risalto che nelle altre versioni mancava è quello di Jordan Baker. Confidente, amica e sogno di Carraway, interpretata dalla sconosciuta (in Europa) ma bellissima attrice australiana Elisabeth Debicki. Infine, la parte dell’amante di Buchanan, nonchè causa scatenante della fine di tutto, Mirtyle Wilson, è stata affidata a Isla Fisher (I Love Shopping di P. J. Hogan, 2009).

A conti fatti il film è davvero molto bello. Rispecchia in maniera pressoché fedele il romanzo di Fitzgerald se non con qualche “licenza” nel modo in cui viene raccontata la storia da parte di Nick. La colonna sonora è spettacolare.  DiCaprio, che in alcuni momenti della pellicola sembra trasfigurare le espressioni di Redford è, tutto sommato, sempre convincente.

Insomma, se ci fosse stato bisogno oggi di una nuova versione del Grande Gatsby, questa, firmata da Baz Luhrmann è  senza dubbio un’esperienza da provare e che mette d’accordo amanti del cinema e della letteratura.

7 Commenti

  1. Come al solito arrivo in ritardo … riuscirò mai a vedere un film in tempo? In realtà per commentare adeguatamente questa recensione si dovrebbe nell’ordine: rileggere Fitzgerald, vedere tutti i precedenti adattamenti cinematografici della sua opera, infine vedere il film di Luhrmann. Una sfida da nerds di prima classe! Risolverei la questione nel modo seguente: parto dal fondo andando a vedere Luhrmann … per i predecessori mi affido alla enciclopedica cultura del nostro recensore … e per l’opera originale ai miei ricordi di studente sbarbatello. Corro in sala: ci si rivede presto su questi schermi!!!

    • Amico mio, spero tu sia andato a vedere il film.
      E spero ti sia piaciuto! Come al solito, grazie per l’intervento! Fammi sapere

  2. Grazie per la completa ed esaustiva critica. Le grandi svolte letterarie del secolo scorso, sono una fonte inesauribile d’ispirazione per registi intelligenti, questo è noto, ma sono benvenuti anche i Bravi Critici
    che ne sanno cogliere nuove sfumature senza tradire lo spirito originale dell’Autore.

    • Papà!!!! Grande! Grazie per aver lasciato un tuo commento! Sono contento che ti sia piaciuto il pezzo. Spero che tu riesca a vedere anche il film! Così ne parliamo!

  3. Visto finalmente! Commento sintetizzato in un unica parola: WOW!
    Un tripudio per gli occhi! La New York degli anni 20 è trasfigurata in una metropoli senza tempo … la si potrebbe collocare in un film di fantacienza ambientato in un remoto futuro … eppure è la più autentica Grande Mela anni 20 che abbia mai visto al cinema. Se Fitzgerald avesse avuto a diposizione una macchina del tempo e avesse potuto assistere alla prima del film, credo che ne sarebbe rimasto compiaciuto (fuorchè per l’hip-hop nella colonna sonora: probabilmente l’avrebbe fatto sobbalzare).

  4. Grande attesa per questo film e devo dire, meritatissima! Più volte, in vari passaggi mi ha ricordato “Moulin Rouge” con lo stesso caledoscopio di vizi e lazzi, senza alcun riferimento poi alla storia d’amore e travaglio…
    le atmosfere oniriche avvolte dalla neve, dalla nebbia, dalla notte rendono la realtà del film sospesa, propria di un sogno, effimero proprio come un sogno. E cosa altro può essere la vita di Gatsby se non il sogno di un qualsiasi americano medio negli anni ’20? soldi, feste, donne, auto e scintillii. Tutti vorrebbero essere come lui pur non sapendo chi E’ lui. Non serve altro, solo l’immaginazione, non impegno, non grandi parole, non coraggio, non azioni forti. Quello che invece costa al personaggio vivere il suo sogno, vivere NEL sogno della sua vita immaginata. Il sogno lo tiene in vita e lui lo tiene in vita, entrambi troppo fragili per la realtà delle disillusioni. Alla fine è come tutti i risvegli, il grande Gatsby semplicemente svanisce dallo schermo, si dissolve come ogni testimone del suo passaggio mentre i titoli di coda iniziano a scorrere.

  5. Mi è venuta in mente una cosa: a nessuno Gatsby ricorda il Conte di Montecristo?
    In fondo sia Gatz che Dantes si ripresentano al mondo indossando una maschera che permetta loro di accedere ad un mondo dal quale sono per ragioni sociali esclusi. Nessuno dei due però è un arrampicatore: la simulazione è strumentale al conseguimento di un obiettivo. Dantes brama vendetta. Gatsby dal canto suo… stop. Non si può aggiugere altro (nell’improbabile caso in cui qualcuno non conosca la trama del romanzo di Fitzgerald). A chi ha già visto il film però chiedo: il confronto fra il fine se non meschino perlomeno rabbioso di Dantes e quello romantico di Gatsby (e l’esito dei relativi sforzi) non autorizza qualche riflessione deprimente?

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