Il Grande Gatsby

Autore: Francis Scott Fitzgerald
Anno: 1925

Il Grande Gatsby: un romanzo che parla di sogni, idee e menzogne. Tre parole che quasi come sinonimi indicano, in questo particolare caso letterario, un’unica dimensione semantica. Intrigo e bugie sono il nettare di cui si nutre l’intreccio, ogni personaggio, come New York, ha un ché di illusorio, oscuro e artefatto, primo tra tutti Jay Gatsby.

Ma forse, in definitiva, il Romanzo è proprio questo.
Se la realtà pura e semplice non è che la cronaca di una vita, e come tale è fondamentalmente priva di senso e non necessariamente appassionante, il romanziere ha allora il compito di costruire meravigliose menzogne che possano rendere sensata e affascinante l’esistenza attraverso una serie di eventi vissuti da personaggi umani e ideali al tempo stesso.
In questo libro ciò è tangibile a cominciare dal personaggio Gatsby.

«Se la personalità è una serie ininterrotta di gesti riusciti, allora c’era in lui qualcosa di splendido, una sensibilità acuita dalle promesse della vita, come se fosse collegato a una di quelle macchine complicate che registrano i terremoti a ventimila chilometri di distanza».

Gatsby ha qualcosa in più rispetto agli altri, è un personaggio estremamente romanzato sia dalla penna dell’autore che da sé stesso, come se, quasi ironicamente, l’autore volesse ancor più palesarci l’intento e dovere dello scrittore: creare illusioni. Così il personaggio Gatsby, il miliardario, il grande Gatsby, l’uomo che tutti vorrebbero o magari eviterebbero o se volete dovrebbero incontrare nella propria vita, è una finzione nella finzione, una grande bugia, così grande da diventare reale. Romanzo e romanziere di sé stesso, egli è un’idea più che un uomo vero e proprio, ma per questo è più vitale, intraprendente, intelligente e affascinante di qualunque realtà; un personaggio che forse poteva esistere solo nella New York dei rampanti anni ’20, carica dei colori e dello spirito di Broadway, del contrabbando, del commercio, della vita al limite dell’illecito legale e morale, e resa ancor più mitica dalle fantomatiche Est Egg e West Egg, le due località inventate dall’autore in cui si svolgono gli eventi principali tra sussurri e fragore, tra un lento e un charleston.

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«Probabilmente già teneva il nome pronto da un pezzo. I suoi genitori erano contadini fossilizzati e falliti: la sua fantasia non li aveva del resto mai accettati come genitori. La verità è che Jay Gatsby di West Egg, Long Island, era scaturito da una concezione platonica di sé stesso. Era un figlio di Dio – frase che, se vuol dir qualcosa, vuol dire proprio questo – e doveva continuare l’opera del padre mettendosi al servizio di una bellezza vistosa, volgare, da prostituta. […] Per un certo periodo queste fantasticherie gli procurarono uno sfogo all’immaginazione; erano un’intuizione confortante dell’irrealtà della realtà, una promessa che la roccaforte del mondo era saldamente basata sull’ala di una fiaba».

Gatsby non è dunque solo il personaggio inventato dall’autore ma, essendo fondamentalmente un romantico impostore, è a sua volta l’inventore di sé stesso.
E così, invenzione nell’invenzione, egli quasi si rende conto, in questa narrazione introspettiva al limite dell’umana sensibilità fatta dal narratore Nick Carraway, che la sua vita e l’esistenza stessa è simile a una fiaba, un ché di irreale.
È la consapevolezza di vivere come un personaggio da romanzo, oppure l’autore vuol dirci che la vita stessa, quella reale, è in un certo senso una favola o almeno può essere vissuta come tale?
Credo che questa sia una questione fondamentale del libro.

Ma il protagonista non è Gatsby, bensì Nick Carraway, benestante impiegato di borsa, vicino di casa di Jay Gatsby.
Nick è spettatore attivo, narratore e parte della storia, ma non racconta gli eventi dalla linea del lettore, egli sa sempre qualcosa in più rispetto al lettore; anticipa, comprende, riflette sugli eventi sempre un attimo prima di quanto non possa fare il lettore, mescolando nella narrazione fatti passati, presenti e futuri, seguendo un suo ordine proprio, per parlarci di sé stesso attraverso i fatti del romanzo e non il contrario. Questo lo rende il protagonista e allo stesso tempo il narratore (infatti la narrazione è tutta in prima persona), perché la caratteristica romanzata di Nick è la sua eccezionale sensibilità intellettuale, dote decisamente umana, che lo contrappone e allo stesso tempo lo rende l’unico in grado di interiorizzare a pieno l’idealità del personaggio Gatsby e la sua sensibilità esistenziale che gli permette di prevedere, fare e disfare gli eventi suoi e altrui.
Grazie a una sorta di quadratura del senso della vita, una predestinata coerenza universale che probabilmente nella realtà non potrebbe darsi, e che noi abitatori del mondo vero chiameremmo banalmente coincidenza, egli incontra proprio Gatsby, incontra l’idealità artefatta, aerea e immorale di colui che gli eventi li prevede, li plasma a suo piacimento come un demiurgo i cui strumenti sono il carisma, l’accattivante mistero, i soldi, lo champagne, la grande casa suntuosa con piscine, musicisti, maggiordomi e auto di lusso.
Nick Carraway incontra e subisce Jay Gatsby, lo odia e lo ama come chiunque farebbe se incontrasse la causa del proprio radicale cambiamento, del proprio destino, e scoprisse di esserne più vittima che artefice.
Significativa a tal proposito è la prima descrizione di Gatsby che dà Nick Carraway, nelle pagine iniziali del libro, quando ancora la storia deve cominciare ma il protagonista l’ha già vissuta e, tirandone in un certo senso le somme, introduce il lettore a ciò che si troverà davanti agli occhi nei capitoli seguenti.

 «L’autunno scorso, quando ritornai dall’Est, mi pareva di desiderare che il mondo intero fosse in uniforme e in una specie di eterno “attenti” morale; non volevo più scorrerie ribelli e indiscrezioni privilegiate nel cuore umano. Soltanto Gatsby, colui che dà nome a questo libro, restava fuori dalla mia reazione: Gatsby, che rappresenta tutto ciò che suscita in me disprezzo genuino».

L’immoralità non è in questo romanzo solo l’assenza o il contrario del comportamento morale, ma assume, prima in punta di piedi e poi sempre più chiaramente man mano che si procede nella lettura, i connotati di una significativa riflessione sul desiderio, sulla passione, sull’essere o non essere grandi. Perché gli déi non hanno morale, solo gli uomini ce l’hanno, ed essa viene messa alla prova continuamente, specie in certi passaggi cruciali della vita.
Espressioni e frasi come: «dignitoso cinismo», «scetticismo universale», «la disonestà delle donne è qualcosa che non si biasima mai molto profondamente», vengono dispensati nella narrazione in modo puntuale e continuo, ci calano in un ambiente complesso in cui la dialettica tra ciò che viene detto e ciò che viene realmente pensato è uno dei protagonisti, e produce, mescoldandole: gioia, tristezza, emozioni, passioni, vitalità nel bene e nel male.
È difficile affermare con assoluta certezza se la affascinante Daisy, con la sua profonda femminile malinconia densa di aspettative disilluse e di amore tragico, sia stata completamente vittima o vincitrice nel gioco di estenuanti emozioni ed eterni desideri a cui sembrava fosse da sempre destinata a partecipare. Così come forse non si può stabilre se il suo destino, come anche quello della tragica Myrtle, fosse già segnato oppure abbia preso la piega imposta dall’incrociare il mondo di Gatsby, o ancora se questi sia stato solo il catalizzatore che ha dato forma a ciò che era già in potenza nei loro cuori e nelle loro vite.

Alla fine comunque, la scelta di vivere da esseri umani sarà la dura prova con cui confrontarsi. Se i miti sono fatti per rimanere immortali e fissi nel tempo, gli uomini sono fatti per viverlo il tempo, e il romanziere per raccontare quei miti e spiegarci, attraverso essi e  gli effetti che hanno provocato in lui, la sua concezione della vita, proprio come fa Fitzgerald per voce di Nick Carraway.

Da leggere, meglio un paio di volte.

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