Grandi Speranze

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Regia: Mike Newell
Anno:
2012

Avete presente quelle altezzose scatole di cioccolatini che vi sfidano dai ripiani dei bar, con le loro carte specchiate, e le loro alte aspettative perennemente disattese? Questo è Grandi Speranze (Great Expectations) di Mike Newell. Il regista di Quattro matrimoni e un funerale (1994) e Harry Potter e il Calice di Fuoco (2005) si scontra con il mostro sacro Charles Dickens senza torcergli un capello.

La trama è arcinota. Philip Pirrip (Jeremy Irvine), detto “Pip”, rimasto orfano, riscatta le sue origini grazie ad un benefattore misterioso. Estella (Holliday Grainger), adottata da Miss Havisham (Helena Bonham Carter), è stata educata ad ammaliare gli uomini senza venirne a sua volta affascinata. Estella è il sogno di Pip sin dall’infanzia, è colei che lo fa muovere, che gli fa dire ancora bambino: “Non voglio diventare un fabbro, ma un gentiluomo”. L’eccentrica Miss Havisham consente a Pip di entrare nella sua dimora abbandonata, la sua Casa Abbastanza, oltre la quale non c’è altro da desiderare, lo inganna e poi lo redarguisce: “E tu sai cos’è l’amore Pip? È cieca devozione, è umiliazione di se stessi, è degradazione, è totale sottomissione, è donare il cuore e l’anima come un giorno feci con quell’uomo”.

Più che la lotta di classe è la lotta tra animi diversi che spicca in Grandi Speranze: Newell  fa il suo compitino senza particolari sbavature, la pellicola è sontuosa e cupa quanto basta, romanzesca dove deve esserlo, ma senza immedesimazione, senza particolari tumulti. Non ci si affeziona mai a storie e personaggi, se non al fabbro Joe Gargery (Jason Flemyng).

Helena Bonham Carter cattura la scena ad ogni inquadratura, anche se sembra un po’ riproporre una versione macchiettistica di se stessa a metà tra la sua interpretazione in Sweeney Todd (2007) e in Big Fish (2003). Ralph Fiennes (Schindler’s List, 1993; Il Paziente Inglese, 1996) è un Magwitch sofferente e tenebroso assai poco nella parte. I due giovani attori nei panni di Pip ed Estella, Irvine e Grainger, nonostante i loro tratti quasi disegnati non vanno oltre il luccichio dei loro grandi occhi sgranati.

Uscito in occasione del bicentenario della nascita di Charles Dickens, presentato al Festival di Toronto 2012, Grandi Speranze si avvale anche dello scrittore e sceneggiatore David Nicholls (Un giorno, 2011), ma nonostante ciò non supera i predecessori, la pellicola di David Lean del 1946 e l’adattamento di Alfonso Cuaron del 1998, risultando secondo molta stampa straniera persino superflua.
Bisognerà riporre altrove le proprie grandi speranze, qui si rischia di restare con un palmo di mano.

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3 Commenti

  1. Più penso a questo film e più ci trovo difetti. I primi minuti non mi stava per niente piacendo, poi piano piano mi sono appassionato e sono uscito dal cinema abbastanza soddisfato. Ma purtroppo ho fatto l’errore di analizzare nella mia testa quello che avevo visto e mi piaceva sempe meno. La conclusione di Claudia è precisa.

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